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DA FRINCO AL BARDO:
LA MISSIONE DI PADRE SECONDO
OMELIA DI P. GERARDO NEL GIORNO DELLA SUA SEPOLTURA
(18 . 11 . 98)
Desideriamo cogliere dalla Parola di Dio di questa celebrazione alcuni tratti e
qualità della vita del nostro carissimo P. Secondo a cui vogliamo insieme
con amici e parenti rendere omaggio e ringraziare Dio per averlo donato a noi ed
alle Missioni Africane.
Il Vangelo era per lui una passione che veniva da lontano. Trovava le radici nella
sua famiglia molto cristiana e che ha sempre condiviso con lui tutti i suoi ideali
missionari. Un grosso contributo alla sua formazione gli venne poi dal Seminario di
Asti, dal Seminario della Società delle Missioni Africane di Lione,
dalla Facoltà della Gregoriana di Roma da dove ne era uscito con una licenza
in Filosofia e con un'abilitazione all'insegnamento.
Un Vangelo incarnato
Doveva quindi essere un maestro di Vangelo. E' un Vangelo concreto che egli
era diventato capace di trasmettere in cui Dio non è un assente dalla nostra
vita, ma un Dio Incarnato proprio perché egli è Amore. Affidare a Dio
la propria vita non è un'espressione vuota per P. Secondo, ma un segno che egli
ha toccato con mano nei vari frangenti della vita che Dio salva realmente l'uomo, anzi
ogni uomo ed in prima persona lui stesso chiamato da Dio alla Missione di predicare il
Vangelo. Tutto questo me lo fa capire quel verbo che egli usa spesso nei suoi scritti
e nelle sue prediche: "ho scoperto". Erano in fondo le diverse tappe di quel
cammino di conversione, come lui stesso osava chiamare quei momenti della sua vita.
Il respiro della preghiera
Ad esempio dice in uno scritto dell'anno 1984: "Mi preoccupo troppo spesso di
ciò che gli altri dicono di me. E questo mi rende schiavo. Invece il Signore
che vuole tutto per sé solo, mi libera da questo timore degli altri. E' una
scoperta di questi mesi." Il suo Dio è un Dio vivo ed operante.
La preghiera è il respiro del cristiano, tanto necessaria all'uomo di Dio,
ma per P. Secondo pregare vuol dire vivere con Cristo. Nelle serate passate con lui
qui alla nostra casa di Genova durante la sua malattia le nostre conversazioni finivano
in chiesa, nella cappella della SMA. Era sempre lui che iniziava la preghiera: anzi,
per lui pregare era conversare con un suo amico di sempre: Gesù presente nel
tabernacolo. In questi momenti che io ricorderò come un dono personale, egli
ricordava tutte le persone che aveva incontrato nella giornata con tutti i loro problemi.
I suoi guai di salute passavano subito in secondo ordine. In questo stile di preghiera
avevo un posto particolare anch'io e gliene sono riconoscente. Tuttavia sapeva anche
osare presso Gesù: "Chi potrà salvare quei bambini, se tu, Signore,
mi chiami subito? Aspetta ancora un po'".
La gente ha bisogno del prete
Cultore dell'amicizia vera verso tutti, sapeva andare fino alle ultime
conseguenze ed i suoi amici trovavano un posto speciale in queste conversazioni
con Dio. Egli era un sacerdote gioioso. Scrive infatti: "Sono arcicontento di essere prete".
Ho scoperto che è questa la sorgente di liberazione più potente che provo in
me in questi mesi.
A volte, vivendo con lui ci pareva strana la sua maniera di esercitare il ministero
sacerdotale. Ci parla qui della sua Missione di San Pedro: "La gente ha bisogno della
presenza fisica del prete, poi della sua Parola come parola di Gesù che li chiama
e richiama. Poi in seguito, naturalmente dei sacramenti per vivere." E' sempre lui che
racconta: "Ad esempio, per un anno ho lavorato a fare la casa delle Suore, ho incontrato
un sacco di gente che non avrei mai conosciuto altrimenti e per me quello che resta oggi
di valido non sono quelle belle case, ma ogni volta che come prete ho potuto dire una
buona parola a coloro con i quali lavoravo e l'ho fatto spesso."
Il suo stile missionario
Questo era lo stile con cui viveva il suo sacerdozio missionario. Sapeva rivolgersi
alla persona che incontrava senza alcuna discriminazione. Si lasciava coinvolgere dei
suoi drammi e delle sue gioie. Ognuno poteva trovare nel suo cuore tanto umano un po'
di amicizia e di spazio. Ieri sera al telefono una persona mi ha detto che era solo da
poco tempo che aveva conosciuto P. Secondo e che egli era stato capace di coinvolgere
tutta la sua famiglia con il suo modo di fare nel suo lavoro di solidarietà e di
carità.
Venne poi il momento nel quale la sua vita era ormai inevitabilmente minata
dal male che lo costringerà a cedere.
I compagni di viaggio
Immediatamente senti stringersi attorno un grande cerchio di amicizia. Di
quella amicizia che egli aveva sempre donato agli altri con disinteresse ed abbondanza.
Persone che gli assicuravano la loro preghiera, le cure di cui avesse potuto aver bisogno.
Non voleva tuttavia che gli altri soffrissero per causa sua.
In settembre del 97, dopo il suo ritorno dall’Africa, ricoverato all’IST di Genova ci
scriveva per condividere con noi "il nuovo dono ricevuto dal signore anche come
riconoscenza per tutte le preghiere fatte per la mia guarigione". E continua:
"il giorno 8 settembre, Natività di Maria, dopo che non si era potuto eseguire
il piccolo intervento al polmone destro, mi sono sentito dire dentro: il calvario è
iniziato. In quel momento ho sentito di aver ricevuto un grande dono.
Mi sono sentito felice con l'unica preoccupazione di saperlo vivere bene e so di poter
contare sulla vostra preghiera.
La salita del calvario
Non sono il solo a salire il Calvario, molti di voi posso vederli davanti a me.
Diamoci la mano e diamola a Gesù che è già arrivato in cima.
Aggiungeva poi: "Non pensate che io abbia rinunciato a vivere ed a guarire! Ho
troppa voglia di vivere ancora e di guarire per poter continuare ad amare. Ma tutto
questo diventa di minore importanza".
Quando si è reso conto che la situazione si faceva grave l'unica sua
preoccupazione era quella che le persone accanto a lui non soffrissero troppo.
Così' ci invitava ad alzare gli occhi a Dio: "Sono felice per tutto
quello che il Signore mi ha dato ed offro con gioia la mia vita, da Lui purificata,
per tutti coloro che amo". Sono parole che egli ha scritto anche nel suo testamento.
Mi piace richiamare alcune sue disposizioni per indicare quanto il suo animo fosse libero
e povero. Povertà che egli ha colto con il contatto semplice con i poveri soprattutto
del Bardo.
In un altro passo del suo testamento: "Dichiaro di non possedere nulla, né
in Italia, né in Africa. Tutto quello che si trova nella mia stanza al momento
della morte appartiene alla Società delle Missioni Africane".
Un posto libero da occupare
P. Secondo non aveva nulla perché aveva già donato tutto.
Noi Padri della Società delle Missioni Africane diciamo un
grande grazie a Dio, alla famiglia Cantino, alla diocesi di Asti ed a
questa Parrocchia di Frinco. Attendiamo qualcuno che prenda il suo posto.
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