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NOTE SULL'ESCATOLOGIA AKAN Il discorso escatologico è sempre difficile da fare, perché
l'invisibile è sovente ineffabile, l'intoccabile indescrivibile, l'ignoto inafferrabile.
Le società Akan, l'Agni in particolare non possono scappare a questa norma.Ma ciò
che è difficile da descrivere, forse che non esiste?
1)Il rifiuto di morire L'uomo Akan non è senza speranza. Tutti i grandi riti e le più belle feste architettati dalla società tradizionale perseguono ed esplicitano l'identico scopo: la purificazione, la protezione e l'accrescimento della vita. La vita dell'Akan è un inno alla vita e una ricerca della vita. Quest'uomo non poteva, dunque, pensare il suo avvenire nei termini di una scomparsa definitiva della vita. E, ciò che è nello stesso te mpo paradossale e meraviglioso, la cultura si serve anche della morte per far scaturire la vita. L'insieme dei riti funerari, in effetti, non è che una fine strategia ambivalente che mira, da una parte, à contenere la morte e, dall'altra, a sprigionare la vita. Volendo riassumere una problematica che oltrepassa lo scopo del presente studio, potremmo affermare che i funerali Akan restringendo il campo d'azione degli effetti nocivi della morte, si propongono di rivitalizzare tutta la società, obbligando il gruppo a ricomporre l'unità frantumata e assicurandogli la protezione di un nuovo abitante dell'Aldilà. Nel contempo, i funerali rivitalizzano anche il defunto, perché lo generano al mondo degli antenati. La società gioca con la morte e gioca la morte. E il paradosso, come lo dicevamo poco fa, consiste in questo: dalla morte nasce la vita; un vivente-morto diventa, mediante una terapia tanatologica, un morto-vivente, un abitante dell'Aldilà. È la maniera culturale Akan per mostrare che la morte non ha l'ultima parola nella visione antropocentrica che è la sua. La morte, in effetti, è vissuta e non subita, come l'inizio di un viaggio che condurrà il defunto da questo mondo all'altro mondo. La morte è avvertita come il passaggio da un modo di vita ad un altro.
2)Rappresentazione mondana di una realtà ultra-mondana Uno dei corollari della concezione antropocentrica sviluppata
dalla cultura il geocentrismo: l'orizzonte dell'uomo abbraccia, ma non oltrepassa la terra.
Localizzazione e configurazione geografica
L'Aldilà si situa sotto terra. Ogni etnia,
ogni villaggio ha il suo Aldilà sotto la sua terra. Certuni affermano che
si situa sotto il cimitero di ogni villaggio. Ciò che è certo è
che a Boro abitano tutte le generazioni di coloro che hanno compiuto il loro cielo
vitale terrestre. Da qui scaturisce l'importanza, se non la necessità, di
morire nel proprio villaggio e, nel caso si muoia in terra straniera, l'obbligo
per gli umani, di fare di tutto per riportare il corpo nel proprio villaggio. Da
qui, ancora, la delicatezza e il rispetto degli abitanti del villaggio nei confronti
dello straniero che muore da loro. Lo seppelliscono ai bordi della strada che porta al
suo paese. La morte l'ha sorpreso lontano dalla sua famiglia ma destreggiandosi tra i
sentieri del regno di Boro potrà raggiungere la terra del suo villaggio e
raggiungere così i suoi antenati. Laggiù, il panorama che si presenta
agli occhi di chi vi arriva per la prima volta, è quello di un villaggio pulito,
bello, circondato da un muro. L'acqua e il cibo vi si trovano in abbondanza.
Modo di vita
Gli abitanti di Boro vivono ad immagine di quelli che
hanno lasciato sulla terra. Vi svolgono le stesse attività: chi va ai campi, chi
a caccia, chi prepara e vende cesti, chi estrae e beve il suo vino di palma. Sentono gli
stessi bisogni: c'è un tempo per lavorare, un tempo per mangiare e bere, un tempo
per riposarsi. Coltivano le stesse relazioni: gli sposi ritrovano i loro partners,
i genitori i loro figli, gli anziani incontrano i giovani, gli amici si vedono nuovamente.
Certi pensano che la procreazione è permessa, altri no.
Organizzazione sociale
Anche in questo l'Aldilà assomiglia molto a quanto si vive sulla terra. Il villaggio è strutturato nello stesso modo. Vi ritroviamo il capo con i suoi notabili, gli uomini liberi e gli schiavi. L'uomo vi conserva i suoi privilegi rispetto alle donne. Gli anziani vi mantengono il monopolio della parola e la sua gestione autoritaria. Il tribunale tradizionale non dimentica di giudicare e punire il distanziarsi pericolosamente dalla norma, perché il benessere laggiù come qui passa attraverso la ricerca e il mantenimento dell'armonia intracosmica.
3)La strada per l'Aldilà Per raggiungere Boro, non si può fare a meno di un
lungo viaggio disseminato di tante e differenti insidie. Per arrivarvi, occorre
attraversare un grande fiume e questo richiede l'aiuto di un piroghiere. Occorre
salire su una collina e come fare per arrivarci senza l'aiuto di alcuni giovani.
Certe volte il sentiero è irriconoscibile perché nascosto dalle erbe
troppo alte e dagli arbusti; occorre, allora, chiedere a qualcuno di ripulirlo dai
cespugli. E che dire di tutte le insidie e degli incontri pericolosi a cui si va incontro?
Ciò che è certo è che il viaggio ha tutta l'aria di un cammino
d'iniziazione. Il defunto non è che l'eroe dei racconti iniziatici che parte
alla conquista della fecondità, di un segreto, ecc. I racconti non sono avari di
tali descrizioni. Nel caso presente si tratta di acquisire un nuovo statuto, quello di
morto-vivente.
4)L'equipaggiamento del pellegrino Nato a questo mondo senza bagagli, l'uomo non nasce all'altro mondo senza bagagli. Il defunto, in effetti, prende la strada dell'Aldilà con un equipaggiamento molto vario. È composto di doni per lui e di doni e messaggi per altri.
Dotazione del defunto
Doni e messaggi affidati al defunto
5)Condizioni d'accesso all'Aldilà Ognuno ha diritto di entrare a Boro, salvo i suicidi.
Costoro sono destinati a vagare senza fine, senza mai poter raggiungere il Regno degli
Antenati. I suicidi, in effetti, si sono resi colpevoli di due peccati gravi. Prima di tutto,
hanno distrutto, di testa loro, un bene comunitario per eccellenza che li ingloba e li supera:
la vita. Ora, non si tocca impunemente alla vita. In seguito, volutamente, non hanno rispettato
i criteri (tempo, luogo, maniera) che fanno della morte una buona morte, negando così
alla società la possibilità di svolgere la propria funzione materna, mediante
la quale essa genera alla vita dell'Aldilà uno dei suoi membri. A parte questo caso,
la società non rifiuta mai l'iniziazione suprema ad uno dei suoi figli. Questa
insistenza sulla società non è dovuta al caso. In una cultura che sottolinea
più il sociale che l'individuale, la comunità più della persona, non
si ha difficoltà a pensare che i criteri di accesso a Boro non sono quelli che
insistono maggiormente sull'individuale. Di fatto, l'accesso al Regno degli Antenati
non è basato sulla qualità morale del comportamento terrestre di un individuo.
La concezione di una salvezza o di una dannazione post-terrestre, conseguenza di un
comportamento terrestre morale o amorale di una persona, sembrano non trovare fondamenti
nella concezione escatologica Akan. La retribuzione per il bene e per il male non è
nell'Aldilà, ma si situa nell'Aldiqua. In questo senso, si capisce anche perché
un re non muore mai solo. Le spose, i dignitari, gli schiavi che lo seguono nella tomba
rappresentano non solo un aiuto per le difficoltà del viaggio o il personale di cui
avrà bisogno a Boro, ma soprattutto un mezzo che la società terrestre mette
a disposizione del sovrano perché l'Aldilà l'accolga con tutti gli onori dovuti
al suo rango.
Il bene fatto
Come l'abbiamo già detto, le virtù
morali di una persona contano e influenzano solo la qualità dell'accoglienza
"L'entrata di un nuovo arrivato nell'altro mondo sarà accolta con delle acclamazioni
frenetiche o con un silenzio carico di odio, e lo scambio delle notizie si svolgerà
nella gioia o prenderà una forma sarcastica a seconda che l'uomo avrà passato
la sua vita a fare il bene o il male".
6) Gli abitanti dell'Aldilà e il loro culto Quanto abbiamo appena detto ci permette di considerare questo
nuovo paragrafo concernente gli abitanti di Boro. Sono tutti degli Antenati? Basta penetrare
nel regno dell'Aldilà per accedere a questo statuto? Ecco due domande alle quali dobbiamo
cercare di dare una risposta, prima di ogni altra disquisizione. Se tutti gli antenati sono
degli abitanti di Boro, tutti gli abitanti di Boro non sono degli antenati.
7)Un'escatologia 'atea' Benché la società Akan sia profondamente religiosa, l'escatologia di cui stiamo tracciando alcune linee, si rivela di fatto atea. Atea non nel senso che respinge Dio, ma piuttosto che essa si struttura senza riferimento diretto e costante a Dio. Non rifiuto, dunque, ma 'ignoranza' di Dio Ancora una volta, l'altra vita è modellata partendo da questa. Là come qui Dio non occupa che un posto relativo. Sempre e ovunque l'uomo è e resta uomo, con un avvenire d'uomo, in un mondo solamente e puramente umano. Questa concezione porta con sé due conseguenze importanti. La prima consiste nell'affermare che l'avvenire dell'uomo non è Dio. Nell'Aldilà non si aspetta di diventare l'intimo né il servo di Dio. Il suo orizzonte è umano. Mai, di fatto, si fa cenno di Dio nei racconti e nelle credenze religiose riguardanti l'Aldilà. Non essendo chiamato a condividere la vita di Dio, l'uomo non intrattiene alcuna speranza di veder migliorare la sua vita, sia dal punto di vista ontologico o semplicemente umano e sociologico. Da una parte, in effetti, pensa che alla fine del viaggio non vi sarà trasformazione ontologica per lui. Dall'altra, egli sa che nell'Aldilà la persona rimarrà quella che è. Infelice qui, lo sarà anche là. Beato ora, lo sarà anche dopo. Il capo sarà sempre capo, e lo schiavo non sarà mai che schiavo. La seconda conseguenza è che l'Aldilà non prevede alcuna istanza capace di dare un giudizio giusto, equo. In effetti, se si osserva bene, il tribunale degli antenati non fa che ratificare il giudizio del tribunale terrestre. L'Aldilà accoglie il viaggiatore come i viventi-sulla-terra gli hanno significato di accoglierlo. Non c'è un'istanza incaricata di rettificare i giudizi terreni. Boro è dunque un luogo di ratifica e mai di rettifica. In questo modo dunque vi viene esercitata una giustizia umana, con i suoi margini di ingiustizia. Può capitare allora che un uomo che ha saputo nascondere abilmente il male che ha fatto, e per questo ha ricevuto al momento dei funerali il suo lasciapassare, sia ricevuto e ricevuto bene a Boro. Un altro, invece, fondamentalmente buono e onesto, ma che per giochi a volte oscuri e misteriosi della giustizia del villaggio, è stato dichiarato colpevole al momento dei suoi funerali, sarà ricevuto nell'Aldilà, ma sarà ricevuto male. E questa sentenza terrena non lo lascerà mai più. Tutto questo ci porta a dire che Colui che poteva assicurare una giustizia imparziale e riparatrice dei torti subiti su questa terra, non trova posto a Boro. Nell'Aldilà non c'è posto per un Dio, giusto rimuneratore. Quanto afferma Adiafi Kouassi, a proposito degli Agni, può riassumere molto bene quello che abbiamo appena detto e sembra riflettere completamente ciò che vive e pensa la gente: "Se Nyamien (Dio) interviene nella sua vita, non lo fa per comunicargli la sua vita divina che è riservata a lui solo: l'Agni non si aspetta per nulla di essere divinizzato, ma cerca solamente l'aiuto di Dio per la realizzazione della sua vita, rimanendo sempre a livello umano. A dire il vero, il fine ultimo dell'uomo, è l'uomo stesso; il perpetuarsi del suo proprio esistere. Si può dire, senza rischiare di sbagliarsi che né Nyamien, né la partecipazione alla sua gloria o alla sua felicità, non sono per nulla lo scopo della vita dell'uomo Agni. Vive di Nyamien e a causa di Nyamien, ma non per raggiungerlo né per glorificarlo".
8) Relazioni inter-mondane
La tradizione culturale è unanime nel dichiarare che il mondo dell'Aldilà e questo qui non sono che due fasi contemporanee, successive, interdipendenti e intercomunicanti di uno stesso universo vitale circolare. Questo enunciato che, nella sua formulazione, può sembrare un po' contraddittorio, cela in sé delle verità molto profonde e ben ancorate. Fasi contemporanee È senza dubbio l'affermazione che richiede meno spiegazioni. I due mondi, da un punto di vista obiettivo, coesistono. I viventi-sulla-terra esistono nello stesso tempo che i viventi-sotto-terra. L'Aldilà non inizia nel momento di un'ipotetica scomparsa dell'Aldiqua. Fasi successive Il ciclo vitale di una persona è composto di tre fasi successive: la pre-terrena, la terrena e la post-terrena. La prima e l'ultima si situano nell'Aldilà, la seconda nell'Aldiqua. Quello che ci interessa qui, sono evidentemente le due fasi invisibili che si situano nell'Aldilà. Un neonato che viene in questo mondo non fa che lasciare l'altro mondo. Non spunta dal nulla. Lascia la fase invisibile per la visibile, l'Altrove per il Qui. Viene in superficie. Il defunto lascia questo mondo per l'altro. Sparisce da qui per riapparire là. Diciamo bene riapparire perché si tratta per l'individuo di ritornare là da dove viene. In effetti, la vita di un uomo non che un morire da qualche parte per rinascere altrove. La sua vita terrena non che la fase emergente del suo ciclo vitale. In questo contesto il morire e il nascere sono delle chiuse situate alla cerniera dei due mondi. Esse aprono il passaggio dal mondo dei viventi-sulla-terra al mondo dei viventi-sotto-terra, e viceversa. Fasi interdipendenti "'L'umanità - scriveva Comte -, è composta più da morti che da viventi'. In Africa nera tradizionale non vi è nulla di più vero perché i viventi invisibili (i trapassati), soprattutto se hanno raggiunto la condizione di antenati, si situano accanto ai viventi visibili (che sovente li sollecitano) e intervengono frequentemente, in maniere diverse certo, nella loro esistenza". Questa citazione esprime bene quanto vogliamo sottolineare ora e anche l'aspetto d'inter-comunicazione di cui parleremo fra poco. I due mondi non sono a compartimenti stagni tra di loro, di modo che occorra abbandonare completamente l'uno per entrare in contatto con l'altro. Al contrario, sono permeabili l'uno all'altro: si compenetrano e non escludono le interazioni. I terreni vengono in aiuto ai defunti. Invocare il loro nome, dar loro cibo e bevande, offrir loro il sangue delle vittime immolate, è mantenerle in uno stato si sopravvivenza personale. La morte, infatti, è sempre in agguato. Il suo lavoro di spersonalizzazione del defunto deve essere contrastato in molte maniere se non si vuole che costui cada nell'oblio e così alla morte fisica ne segua una morte sociale e quasi ontologica. Ma anche i terrestri hanno molto bisogno degli abitanti di Boro. Coloro che hanno raggiunto l'Aldilà beneficiano di nuovi poteri, come un sapere superiore Che permette loro di conoscere l'avvenire e di spiegare il presente e la parte di mistero che vi si nasconde, ecc. Di tutto questo hanno bisogno i viventi-sulla-terra per allontanare, per poco che sia, il peso insopportabile del caso, per spostare di qualche lunghezza la frontiera dell'ignoto. Ma di più, l'esistenza sulla terra non è solo ricerca di senso ma anche di vita. E come far sì che il seno delle donne e della terra sia fecondo, che le malattie e la carestia siano allontanati, che i bambini e i raccolti arrivino a maturazione, se non con il loro concorso e la loro protezione? Ognuno dei due mondi ha bisogno dell'altro, e la pace, la prosperità e la felicità esistono quando i legami reciproci sono rispettati, mantenuti e sviluppati. In questo contesto, la Terra è l'elemento di congiunzione dei due mondi, l'intermediario necessario tra due categorie di viventi: i viventi-sulla-terra e i viventi-sotto-terra. È per suo tramite che il sangue delle vittime e le bevande delle libagioni passano da un mondo all'altro. È mediante essa che il tuo essere diventerà antenato. La Terra è giustamente la terra degli antenati, a doppio titolo: gli antenati passati l'hanno coltivata tempo fa e gli antenati futuri la coltivano attualmente; gli antenati passati vi riposano e quelli futuri vi riposeranno.È anche per questo che la terra è inalienabile. È un po' come una madre: oggi ti nutre e domani ti accoglierà nel suo seno. Chi osa vendere sua madre? Chi potrebbe vendere la terra? Sarebbe una mancanza di rispetto nei confronti degli antenati che su di essa hanno vissuto e che ora vivono sotto di essa; ma sarebbe anche una grave imprudenza nei riguardi di se stessi: non è forse questa terra che ti accoglierà? Non è forse sotto questa terra che tu potrai rivedere i tuoi? Fasi comunicanti Non vogliamo parlare qui che dell'irruzione che talvolta fa l'Aldilà nell'Aldiqua, stabilendo così una comunicazione unidirezionale.In che modo, dunque, gli invisibili entrano in contatto, in modo più sperimentabile, con i visibili? C'è prima di tutto l'interrogatorio del cadavere. Il defunto, facendo muovere in una direzione o in un'altra i giovani che portano una specie di barella sulla quale sono state attaccate le sue reliquie, si propone di mostrare colui che è all'origine della sua morte. Un altro mezzo, per il defunto, di comunicare con l'Aldiqua è la possessione. Gli abitanti di Boro si servono quasi esclusivamente di donne per trasmettere ai terreni i loro desideri o, ancora una volta, per indicare il colpevole della loro morte. È il caso, al momento del pasto del settimo giorno che conoscono certi Agni, in cui una ragazza che porta un piatto di cibo al defunto, sette giorni dopo la sua morte, entra in trance e parla sotto l'influenza di costui. C'è infine una gamma molto varia di apparizioni. Un vivente sotto-terra può apparire a un vivente-sopra-la-terra: sia per annunciargli che ora abita a Boro sia per provocarne la morte perché non gli vuol bene sia per chiedergli di compiere certi riti in suo onore e in suo favore. Comunque sia, è certo che alla gente non piace incontrare di persona un abitante dell'Aldilà: è dì cattivo auspicio. E questo non contraddice quanto dicevamo poco fa sul bisogno che hanno i terrestri della protezione dei morti-viventi. In effetti, si ritrovano sempre questi due aspetti: gli abitanti dell'Aldilà sono nel contempo desiderabili e indesiderabili. Può darsi che i terrestri ricerchino il contatto con i morti-viventi nella misura in cui possono conservarne l'iniziativa, come quando si tratta di evocazioni familiari o di celebrazioni rituali comunitarie, e temono invece la loro presenza quando fanno irruzione all'improvviso in questo mondo. L'improvviso, infatti, come l'ignoto fa sempre paura, perché è difficilmente dominabile.
9) Desiderio o paura dell'Aldilà La tradizione sembra concepire il desiderio dell'Aldilà solo per due categorie di persone: - i vecchi ricolmi d'anni, di bambini e di beni, che aspirano a rivedere coloro che li hanno preceduti a Boro - e la gente che su questa terra non hanno avuto che disgrazie e che chiedono quindi agli abitanti dell'altro mondo di venirli a cercare Messi da parte questi due casi, una constatazione s'impone con forza: la prospettiva della morte non alletta nessuno e nessuno ha fretta di ritornare nell'Aldilà. Comunque la pensi Amon D'Aby, la morte non è sentita come "il più bell'avvenimento nella vita di un uomo" e "le dolcezze dell'Aldilà" non sono in grado di mettere in movimento le folle. Non per nulla gli Abidji chiamano la morte "la disgrazia'.E non è senz'altro con il cuore pieno di gioia che gli Agni citano il proverbio: "Dio ci ha fatto belli, ma la morte ci rende tristi". Come mai questo? Numerose possono essere le spiegazioni: nessuna esaustiva, ma contenenti tutte una particella di verità. Boro è il regno dell'ignoto: nessuno sa che cosa ci aspetta. Ora, l'abbiamo già ripetuto, l'ignoto non essendo dominabile, fa paura. Il viaggio che conduce a Boro è pieno d'insidie e anche se il defunto può far si aiutare, è solo, in ultima analisi, a prendere le decisioni che s'impongono. Ora, la solitudine non piace. L'accoglienza a Boro, come sarà? Se per caso gli antenati hanno qualcosa da ridire sul comportamento terreno del defunto, sarà in grado di sopportare di essere messo da parte dalla società degli antenati, per essere votato alla detestazione e al disprezzo pubblici? Ma c'è senz'altro un motivo meno chiaro da concettualizzare e più difficile da esprimere, ma che conserva tutta la sua importanza: la paura di una certa diminuzione ontologica progressiva. Benché si affermi che è l'uomo tutto intero, vivente su un altro piano, che sussiste nell'Aldilà, la tradizione è formale anche nell'affermare che la morte provoca un disordine fondamentale all'interno stesso della persona: essa opera una dissociazione del composto umano (sonan = persona). Il corpo (wonãã = carne) diventerà cadavere (fuin) e conoscerà la putrefazione. Il doppio invisibile del corpo (wawuè), in caso di morte naturale dell'individuo se ne va a Boro. Il principio vitale personalizzante (Kra) raggiunge sempre l'Aldilà. Appena arriva laggiù, non si chiamerà più l'individuo sonan (individuo corporeo), ma womin (morto-vivente). Allo stesso modo, la parola ngoan (vita) non viene utilizzata per parlare di Boro I defunti, in effetti, non 'vivono' nell'Aldilà, essi 'sono' là. La parola ngoan, la sola per parlare di vita, non concerne dunque che la vita terrestre. La morte fisica mette un termine al ngoan. E la fine di ngoan inaugura per l'individuo un cambiamento di stato. In questo contesto, si capisce perché i viventi-sulla-terra non stimino oltre misura i nuovi poteri di cui godono i viventi-sotto-terra. Questi, infatti, non si ottengono che a scapito dell'unità ontologica della propria persona. È vero, dunque, che l'entità 'io' sussiste a un altro livello, su un altro piano, ma questo stato di 'sopra-vivente' non affascina nessuno. Potremmo far vedere ancora in un altro modo, il fatto che si preferisce vivere nell'Aldiqua piuttosto che nell'Aldilà. E questo tramite il richiamo profondo che esercita questo mondo qui sugli abitanti di Boro. Esso si manifesta, essenzialmente in due modi:
- una persona che non ha avuto il tempo di terminare la sua traiettoria normale sulla terra a causa di un incidente o di una malattia che lo ha stroncato nel bel mezzo della vita, ha la possibilità di ritornare e questo per sette volte, finché il suo ciclo vitale sia compiuto - di fatto non si tratta di ricominciare ex novo il periplo terreno normale di una persona (nascita, crescita, morte); colui che ritorna riprende la sua vita sulla terra all'età in cui la morte fisica l'ha sorpreso; in pratica, non fa che prolungare la sua esistenza anteriore - questa riapparizione sulla terra si situa sempre altrove che nei luoghi dove ha vissuto in un primo tempo, perché colui che ritorna non deve essere riconosciuto, pena lo sparire e il ritornare precipitosamente a Boro. La città, con il suo anonimato, è dunque un luogo privilegiato di 'reincarnazione'. - uno che ritorna non conosce più la morte come la prima volta. Molto semplicemente sparisce quando è riconosciuto come uno che è ritornato. Tutto questo mostra chiaramente, da quale lato pende la bilancia: il Qui è molto più attraente e preferibile che l'Aldilà. ****************
Eccoci arrivati al termine di questo studio che, l'abbiamo detto all'inizio, si proponeva semplicemente di offrire qualche coordinata per orientarsi nella problematica dell'escatologia Akan. I punti oscuri sono ancora tanti. Ma, in ogni religione, l'Aldilà non è forse circondato di mistero e forse che non si rifiuta, in un certo modo, a una troppo grande precisione di concetti e di rappresentazioni? Comunque, le differenti etnie che compongono il gruppo Akan, nella diversità della loro ubicazione geografica, delle loro lingue e delle loro culture, hanno saputo conservare alcune verità fondamentali in cui tutti si riconoscono e che stanno a testimoniare quindi la loro origine comune. L'uomo Akan rifiuta di considerare la morte come la fine della sua vita. Mediante una terapeutica di cui conosce i segreti, obbliga la morte a produrre senso e vita. Si assicura così una vita post-terrena che fonda la sua fede profonda e intensa nell'Aldilà. Pieno del culto per l'uomo rivendica una sopravvivenza personale e non accetta di sussistere in una sorta di anonimato collettivo. Uomo, profondamente uomo, non può pensare per il suo avvenire che un mondo di uomini, alla maniera umana. Uomo della Terra, si offre la possibilità di abitarla dai due lati. Uomo della vita, preferisce pur sempre questa a quella futura. Uomo di comunione, mette costantemente in comunicazione l'Aldilà con l'Aldiqua, e intesse dei legami benefici tra i viventi-sotto-terra e i viventi-sulla terra. Ovunque e sempre, quest'uomo che crede nell'uomo, rende l'uomo re. Renzo Mandirola (Pubblicato con il titolo "Le refus de mourir. Aperçu sur l’eschatologie Akan", in Studia Missionalia, vol. 32, 1983, 49-70)
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