UNA VEGLIA NARRATIVA
fra gli Anyi di Koun Fao

 

Vi presento una seduta narrativa, una veglia, così come si svolge nei villaggi anyi-bona. Una delle sedute più riuscite. Ero già stato a Koun Fao il giorno prima per un'altra seduta. Eravamo rimasti a vegliare solo fino alle 22,30. Mi hanno detto: "Devi venire ancora, domani sera, ci paghi una damigiana di bangui, e poi vedrai!

 

Eccomi allora di nuovo là. Arrivo un po' dopo le venti. Poco alla volta la folla arriva. Si erano passati la voce. Siamo nel cortile di Kouame Suamé Edmond: alcuni alberi, una casa in muratura con un neon esterno. Nel muro una presa. Va proprio bene per il magnetofono e per caricare il flash. Il circuito a pile del flash si è guastato. Avevo dimenticato le pile. La poltiglia ha corroso tutto.

 

Provo a contare la gente. Sono quasi le 21, c'è già una cinquantina di persone: adulti, giovani, e un buon gruppo di bambini. Chi è seduto per terra, chi su sgabelli, sedie, qualcuno sugli alberi.

 

In mezzo all'assemblea la "benzina" per far funzionare la macchina: una grossa damigiana con 20 litri di bangui, la linfa di palma, la bevanda dei narratori, il propellente.

 

Thomas Appesika mi dice:"Vedi padre, è proprio come dici tu, quando citi il proverbio della macchina che non può viaggiare senza benzina. Così anche per noi, se non ci scaldiamo un po’, come facciamo ad avere la forza per fare le cose bene, per narrare delle favole "dolci".

 

Metto al centro un tavolino basso col magnetofono. E' un tavolino con gambe basse e tozze che si usa generalmente per mangiare: l'adidiplon. Accanto al magnetofono due sedie. Una per il narratore, l'altra per l'interlocutore. I narratori lasceranno il loro posto per venire a sedersi davanti al magnetofono. Così si possono fare migliori registrazioni.

 

Prima di iniziare si scalda l'assemblea con una serie di canti improvvisati. Ogni canto fa parte di una fiaba, di una favola. Così i narratori si presentano poco alla volta e annunciano i loro racconti. Si canta in diverse lingue : bona, abron, kulango, diula. Ognuno si presenta davanti al magnetofono e in mezzo alla folla, e sfoggia i suoi talenti, il suo sapere, la sua arte.

 

Il pubblico è là attentissimo ad accogliere il suo messaggio e a valutarlo. Partecipa in modo estremamente attivo: grosse risate, approvazioni, commenti, domande esplicative, critiche e canti, soprattutto. Ogni tanto il narratore è interrotto da uno spettatore che si produce con un canto. Tutti lo riprendono con lui. Qualcuno addirittura la mima: allora il successo è assicurato. Sovente si applaude. Intanto il narratore si riposa un po', e mette insieme le sue idee.

 

La seduta è un teatro, uno psicodramma. Si trattano problemi e conflitti presenti nella società, sotto il velo dell'allegoria. Si attribuiscono ad animali, gesta e pensieri umani. Ma tutti sanno di che società si tratta. Anche se i narratori affermano che le loro storie sono delle "mensonges", tutti comprendono che sono delle "mensonges vraies".

 

Qualche volta al posto di favole, fiabe, si narrano miti eziologici: spiegano l'origine delle strutture sociali tradizionali, di norme sociali, di fenomeni naturali.

 

Kuaku Francois, ha narrato un mito sulla ricostruzione e ripopolamento del mondo: un grande re, Borokoteananzi, venuto da lontano, a seminare ovunque distruzione e morte. Un bimbo, dalla nascita misteriosa (figlio di tre mamme, sole, senza più uomini), dunque un inviato dall’Essere Supremo Nyamian, andrà a combatterlo ed ucciderlo, e ripopolerà così il mondo distrutto.

 

Un altro mito delle origini è stato quello narrato da Yao Fieni, sull'origine del matrimonio, dunque della vita. Questo racconto è stato quello che ha avuto più successo, forse per il contenuto un po’ sexi. Qui si tratta tutto davanti a tutti. Tutti partecipano alla scuola della vita, piccoli e grandi si divertono insieme trattando i problemi che formano la trama della vita quotidiana.

 

Fieni viveva il suo racconto, lo visualizzava con una mimica estremamente elaborata. Mostrava questa vecchia, che sperduta in foresta, si imbatte in una bestiolina che non aveva mai visto. Dopo un primo momento di paura si avvicina, lo accarezza...e ne scopre la funzione. Ecco la vecchia che si dimena con quell'animaletto: suoni e modulazioni della voce, espressioni del viso, contorsioni del corpo, agitazione parossistica. E intanto il pubblico si contorceva dalle risa, era preso e trascinato dalla sua arte. Vivevamo con lui la sua narrazione. La vecchia, golosa, si porta a casa la bestiola. La chiude in camera. La vuole tenere tutta per sé. Un giorno dimentica la chiave nella porta. Le figlie capivano che c'era qualcosa di strano, ( la mamma aveva improvvisamente avuto un rigurgito di vitalità... ma cosa sarà successo? si domandavano le figlie). Entrano nella sua camera e scoprono anche loro l'animaletto, se ne impossessano… poi alla fine tutti le donne vanno in foresta a cercarne.

 

Ogni tanto qualcuno lo aiutava nella mimica nei momenti più intensi. Allora il racconto era narrato a tre, quattro, cinque persone: il narratore, l'interlocutore , il o i commentatori. Alla fine c'è stato un battimani così spontaneo, così lungo, così intenso che il nostro eroe (il narratore), era quasi commosso. Non faceva che ripetere: merci, merci, merci..

 

La seduta ha avuto un crescendo fin verso le 23. La folla seguiva attentissima l'avvicendarsi dei narratori che facevano a gara per produrre i migliori pezzi del loro repertorio. Tutti conoscono i racconti, ma quel che si attende è l'arte del narratore come sa far rivivere e presentare la materia tradizionale.

 

Ogni tanto prendo delle foto. Anche curiose. Per esempio quando uno dalla folla si avvicina per fare un canto, per mimarlo. Tutti riprendono con lui il canto. C'è una pausa nella narrazione. I tre (cantore, narratore, interlocutore,) formano una unità, si completano a vicenda. Ed io scatto la foto.

 

Vedo appollaiato su di un albero uno che dorme. Il flash non lo sfiora neppure. Sotto l'albero c'è anche una donna china su una bimba. La piccina col volto assonnato, ha la testa in mezzo alle gambe della mamma . E' in piedi, là appoggiata al grembo materno. La osservo. I seni della mamma le accarezzano il volto. La luna si infiltra in mezzo agli alberi e, lambendo le due creature, aggiunge un tocco di poesia e di patos al momento magico.

Riprendo invece Andrea, là addormentato e grossolanamente disteso su una sedia, François, col volto estasiato dall'avventura che sta narrando, Thomas che si alza in piedi a danzare e che passeggia in mezzo alla folla.

 

"Padre, posso raccontare fino a domattina", dice Kuaku François. Gli altri però non sono del suo parere. D'altra parte il bangui sta finendo. Oltre ai narratori si servono anche gli spettatori. Siamo alle 23,30. Ci fermiamo.


Koun Abronso, 13 luglio 1982