IL PASSATO REMOTO



Quando il marinaio portoghese Diego Cao raggiunse la foce del fiume Congo nel 1483, diversi reami africani governavano la regione angolana.

Il più importante era il regno del Congo, apparso nel Tredicesimo secolo, e esteso dal Gabon al fiume Cuanza da Nord a Sud, e dall’Atlantico fino al fiume Cuango dall’Ovest all’Est. Il regno si divideva in feudi, chiamati “Mbanza”, guidati dai “Mani”, aristocratici che occupavano le posizioni chiave del regno e rispondevano solo all’onnipotente re del Congo. Mbanza Congo, la capitale, aveva una popolazione di oltre 500.000 persone nel Sedicesimo secolo.

Oltre al regno del Congo, attorno al fiume Cuanza si erano sviluppati  diversi Stati, tra i quali il regno degli Ndongo, guidati dal ngola (re), era il più importante.  

La colonizzazione portoghese seguì diverse fasi. Iniziò con la creazione di  una base costiera per rifornire le proprie navi nei viaggi verso l’India. Passò poi per la creazione di relazioni commerciali con il regno del Congo: in cambio delle armi da fuoco i portoghesi ricevevano schiavi, avorio e minerali. Si consolidò con la conversione al cristianesimo dei re del Congo – chiamati manikongo -, che arrivarono ad adottare una struttura politica simile a quelle europee dell’epoca. I portoghesi trovarono un alleato in particolare nel re Muemba-a-Nzinga, noto anche come Muemba ne Lumbu. Si converte e riceve il nome di cristiano di Afonso I. Tra il 1509 e il 1540, questo re offre schiavi ai portoghesi perché vuole ottenere in cambio missionari, ma anche agenti di sviluppo sociale ed economico per il suo regno.

Poco tempo dopo la salita al trono di Afonso, I portoghesi persero interesse per l’Angola e rivolsero le loro attenzioni all’esplorazione dell’Asia e dell’America. Lisbona vedeva soprattutto l’Africa come una fonte di schiavi per le piantagioni di canna da zucchero del Brasile e delle altre colonie portoghesi. Dopo il 1520, buona parte dei missionari ritornarono in Portogallo, la maggior parte dei bianchi rimasti erano ormai mercanti di schiavi che non tenevano in alcuna considerazione l’autorità dei manikongo.

Alla morte di Afonso nel 1540, seguirono 30 anni di rivolte popolari, sommosse e continue successioni di re diversi. In questo periodo si verifica l’attacco degli jagas, un popolo a cui veniva attribuita una forza misteriosa, che devastò il regno del Congo e attaccò ogni luogo e situazione dove ci fosse segno di un’alleanza fra africani e portoghesi. Il re perdente  chiede a quel punto l’aiuto dei portoghesi che mandano un contingente di 700 uomini, dotato di armi sofisticate e comandanti da Francisco Goveia Sotomaior. In questo periodo emerge la figura di Ginga (o Nzinga), la sorella del re A Kiluanje, che convince nel 1621 i portoghesi a riconoscere gli Ndongo come una monarchia indipendente, e ad aiutarli a espellere gli Imbangala dal loro territorio. Tre anni dopo, secondo alcune fonti, Nzinga avvelena suo fratello e gli succede sul trono. La regina cerca alleanze con altre regni: quello di Kassanje dei popoli lunda-chokwe a ovest, quello degli ovimbundu del Planato Central più a sud, che aveva come capitale Bailundo. Ginga è intelligente e furba: usa la diplomazia. I portoghesi comunque non la vogliono e le dichiarano guerra. Lo scontro diventa aperto, la regina fugge verso il regno di Matamba. I portoghesi insediano al suo posto Ngola-Aire. Ne segue un periodo in cui gli accordi di pace e gli scontri si alternano. Si registra anche un rifiuto del cristianesimo ed un ritorno al paganesimo. Insieme ai suoi seguaci, Ginga costruisce una serie di alleanze con diversi gruppi che la portano ad occupare il trono del regno dei Matamba, che si trovava ad est del regno dei Ndongo. Da questa posizione, un po’ defilata, instaura buone relazioni diplomatiche con gli olandesi durante la loro occupazione dell’area - tra il 1641 e il 1648 -, e cerca di riconquistare il trono degli Ndongo. Dopo l’espulsione degli olandesi[1], Ginga si allea nuovamente con i portoghesi. Fino alla sua morte, nel 1663, dominò la politica di questa parte dell’Africa, al punto che i nazionalisti, nel secondo dopoguerra,  l’hanno presa a modello, perché non accettò mai la sovranità dei portoghesi.

L’idea di conquistare militarmente questi territori però, arrivò solo dopo la sconfitta nel 1648 degli olandesi. I regni presenti nel Paese si opposero tenacemente, anche se le guerre e la tratta degli schiavi arrivarono a ridurre sensibilmente la popolazione.



[1] Durante la prima metà del 1600, il Portogallo si impegnò in una serie di guerre religiose e dinastiche in Europa a fianco della Spagna. Per questa ragione, l’Olanda, una dei più potenti nemici della Spagna, attaccò i territori portoghesi in Angola, e iniziò una politica di alleanze con diversi regni africani, lieti di ricevere l’appoggio di un altro potere europeo. Nel 1641 gli olandesi conquistarono Luanda e Benguela, costringendo il governatore portoghese a rifugiarsi in Massangano. I portoghesi si dimostrarono incapaci di sloggiare gli olandesi, perciò si rese necessario l’intervento dei coloni portoghesi in Brasile, che raccolsero denaro e forze per organizzare una spedizione che riconquistò Luanda nel maggio del 1648. Gli olandesi lasciarono poco dopo gli altri territori sotto il loro controllo.