Il Portogallo, a differenza di Francia e Gran Bretagna, non aveva nessuna intenzione di abbandonare le proprie colonie, e nel 1951 decise di considerare l’Angola come una provincia d’oltremare, e continuò ad imporre periodi di lavoro forzato per la popolazione locale, così come a limitare stipendi e carriere degli africani impiegati nell’amministrazione coloniale. Tra il 1955 ed il 1960, il governo di Lisbona, promettendo denaro e case, favorì l’emigrazione nelle colonatos (grosse comunità agricole) dell’Angola, di 55.000 bianchi provenienti dal Portogallo e da Capo Verde[1]. Molti emigranti dopo un po’ decisero di spostarsi nelle città, e finirono per competere con la popolazione africana per lavori qualificati e non, che finivano per ottenere al posto dei locali reclamando la supposta superiorità dei portoghesi sugli africani. Una politica
così miope non fece che aumentare le tensioni razziali, incentivando il
nascere, e lo svilupparsi, di forti movimenti nazionalisti. Dopo il 1959 poi,
diversi Stati africani conquistarono l’indipendenza, facendo crescere il
sentimento anticoloniale nelle province d’oltremare portoghesi. I portoghesi
risposero a questo sentimento aumentando la sorveglianza e gli arresti per
motivi politici. Nel dicembre 1959, la polizia internazionale per la difesa
dello Stato (Polícia Internacional de Defesa de Estrado, PIDE), arrestò 57
persone a Luanda perché sospettate di partecipare ad attività politiche
antigovernative. Tra le persone arrestate c’erano alcuni europei, assimilados e altri africani. Dopo
questo incidente, l’esercito portoghese in Angola rinforzò le sue posizioni,
particolarmente nelle province del Nordovest, e divenne sempre più repressiva. Servì a poco, nel dicembre 1960, l’União das Populações de Angola (UPA), poi trasformatasi in Fronte Nazionale per la Liberazione dell’Angola (FNLA), aveva scatenato la rivolta attaccando le fattorie dei coloni portoghesi uccidendone a centinaia. Nel 1956, nasce il Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola (MPLA), formato in prevalenza da membri dell’etnia Mbundu e di razza mista. Il 4 febbraio 1961 un gruppo di militanti del MPLA, appartenenti alle classe più sfavorite, prese d’assalto le prigioni di Luanda e altri punti strategici della capitale. A seguito della repressione portoghese la leadership del movimento fu costretta a rifugiarsi nel Congo e in Zambia, da dove partivano poi azioni di guerriglia nell’enclave di Cabinda e nell’Est dell’Angola. Queste azioni non ebbero grande impatto, fino a quando il MPLA rimase tagliato fuori dalla capitale e dalle province del Nord-Ovest, dove l’etnia degli Mbundu è maggioritaria. Anche se l’organizzazione non era apertamente marxista, il MPLA era collegato con il Partito per l’Indipendenza della Guinea Bissau e del Capo Verde (PAIGC) e il Fronte di Liberazione del Mozambico (FRELIMO), e ricevette anche il supporto dell’Unione Sovietica e dei suoi alleati. Un gruppo di nazionalisti Bakondo formarono invece il Fronte Nazionale di Liberazione dell’Angola (FNLA) nel 1962, dopo una fallita sollevazione popolare nel Nord-Ovest del Paese. Il FNLA, sotto la leadership di Holden Roberto, era l’unica organizzazione che operava da basi situate sul territorio dello Zaire[2], e disponeva dell’appoggio dei Paesi occidentali. Il suo obiettivo principale era le distruzione del comunista MPLA. Il FNLA però, anche per i dissidi interni, non fu mai in grado di ottenere alcun supporto popolare fuori dalla comunità Bakondo. Una scissione nel FNLA portò alla formazione della Unione Nazionale per la Totale Indipendenza dell’Angola (UNITA) nel 1966, guidato da Jonas Malheiro Savimbi, ministro degli esteri del FNLA fino al 1964. Savimbi non disponeva, almeno all’inizio, di grossi appoggi internazionali, e concentrò la sua energia per ottenere il massimo appoggio dalla sua etnia, gli Ovimbundo - la principale del Paese. Cercò di sfruttare la rivalità tra URSS e Cina per ottenere il supporto di quest’ultimo Paese, ma finì poi per allearsi con il Sudafrica e una parte dei coloni portoghesi. [1] Nel corso del Novecento il
numero dei coloni portoghesi in Angola aumentò rapidamente, passando dai 10.000
del 1900, agli 80.000 del 1950, fino ai 350.000 coloni della fine del 1974.
Solo un colono su 100 viveva nelle fattorie dell’interno. [2] Lo Zaire dopo la caduta di Mobutu è diventato la Repubblica Democratica del Congo. |