Le spese militari, le pressioni internazionali e la crescita della mobilitazione interna anti-apartheid obbligarono il Sudafrica ad avviare trattative diplomatiche con il governo del MPLA, che d’altra parte non poteva più contare sull’abituale appoggio militare dell’URSS. Nel dicembre 1988, un accordo tripartito firmato a New York, tra Angola, Sudafrica e Cuba, pose fine al conflitto tra Luanda e Pretoria, stabilendo l’indipendenza della Namibia, e il ritiro delle truppe sudafricane e cubane dell’Angola. Gli interventi sudafricani in Angola continuarono però fino a quando la Namibia non diventò indipendente, nel marzo 1990, e Cuba ritirò le sue truppe. Nel giugno 1989, alla presenza di venti capi di Stato africani, l’UNITA firmò una tregua a Gbadolite, in Zaire, ma il cessate il fuoco durò appena due mesi. Alla fine di aprile del 1990, le autorità angolane annunciavano a Lisbona la ripresa delle trattative con l’UNITA, allo scopo di ottenere un cessate il fuoco definitivo. Un mese dopo, Jonas Savimbi, riconosceva ufficialmente José Eduardo dos Santos come capo dello Stato. Nel corso del 1990, il Comitato Centrale del MPLA aveva rinunciato al marxismo-leninismo a favore del socialismo democratico e di un sistema ad economia mista. L’11 maggio 1991 fu emanata una legge che permetteva la formazione di altri partiti, si proibì che membri attivi delle Forze armate, della polizia o del potere giudiziario appartenessero a partiti politici. Il 17 maggio fu dichiarata un’amnistia politica generale. Tutto per spianare la via dei negoziati con l’UNITA. Dopo un anno di negoziati, grazie all’azione di Portogallo, Stati Uniti e Unione Sovietica, e dell’ONU, il governo angolano e l’UNITA firmarono gli accordi di Bicesse il 31 maggio 1991. L’accordo prevedeva un cessate il fuoco immediato, l’indizione di elezioni libere e multipartitiche nel 1992, la formazione di un esercito con effettivi di entrambe le parti in lotta, la cui direzione fu affidata ai generali João de Matos (MPLA) e Ahilo Camalata Numa (UNITA), la fine dell’assistenza militare esterna alle due parti, il ritorno sotto controllo governativo delle aree controllate dai ribelli, e il rilascio dei prigionieri politici. Una Commissione Politico-Militare (CCPM), che includeva rappresentanti del governo e dell’UNITA, così come del Portogallo, degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica, doveva supervisionare il processo di pace. Anche una missione delle Nazioni Unite (UNAVEM II) aveva il compito di monitorare il processo. Il governo promulgò leggi che garantissero le principali libertà democratiche, come quella d’espressione, assemblea, manifestazione e associazione, oltre alla libertà di stampa e il diritto di sciopero. Leggi angolane prevedevano, per la prima volta, la protezione dell’investimento e della proprietà estera. Il MPLA allargò
il proprio Comitato Centrale e diminuì il suo controllo su radio e televisione.
Holden Roberto, leader del Fronte Nazionale di Liberazione dell’Angola (FNLA),
e Jonas Savimbi, presidente dell’UNITA, tornarono a Luanda rispettivamente
nell’agosto e nel settembre 1991, dopo 15 anni di esilio. I cambiamenti degli anni Novanta andarono al di là degli accordi a livello politico e diplomatico, perché arrivarono a mobilitare e trasformare la società angolana. Per la prima volta gli angolani crearono organizzazioni non governative e associazioni professionali indipendenti. In una recente intervista l’intellettuale Fernando Pacheco spiega che nei primi anni Novanta l’Angola ha visto nascere sindacati, associazioni e ONG che hanno dato speranze di cambiamento concreto. I veri problemi restavano comunque aperti. L’UNITA si rifiutava di lasciare sotto il controllo governativo ampie aree dell’Angola, e di consegnare le armi pesanti. Nessuno dei due eserciti poi era stato effettivamente smobilizzato. Tutto questo poteva avvenire per la mancanza di interesse della comunità internazionale. L’Angola era « Orfano della guerra fredda », come affermava anche Margaret Anstee, rappresentante del segretario generale dell’ONU in Angola. Questo atteggiamento si rifletteva sull’organico della missione ONU, assolutamente inadeguato per i compiti che gli erano stati attribuiti: 193 soldati, 86 osservatori militari, 345 poliziotti e 310 civili per smobilitare 150.000 soldati, e controllare un territorio 4 volte più esteso dell’Italia. Un altro problema era rappresentato dall’economia. Pressato da un debito estero di oltre 6 milioni di dollari, il governo fece appello alla comunità internazionale per ottenere aiuti economici, con scarsi risultati. Gli Stati Uniti si rifiutarono persino di sospendere il blocco economico e diplomatico, affermando che l’Angola era un Paese marxista e annunciarono che non l’avrebbero riconosciuto diplomaticamente fino alle elezioni del 1992. |