L'ITINERARIO SAHARIANO

Di ritorno dall'Andalusia Ibn Battuta compie tra il 1352 e '53 l'ultimo dei suoi viaggi: da Fez, attraverso il Sahara, arriva sulle rive del Niger, e si spinge fino alla capitale dell'impero mandingo: Mali.

Data l'importanza delle testimonianza, seguiremo a passo a passo il nostro viaggiatore, facendo alcuni confronti con il Malfante, che circa 100 dopo arriverà fino a Tamentit, nel Twat.

Da Fez a Iwalatam

La prima tappa è Sigilmansa. La paragona a Bàssora per i suoi datteri, ma qui li trova migliori. Alloggia presso un giureconsulto il cui fratello aveva incontrato in Cina. E' accolto con ogni onore. Compera cammelli e foraggio per quattro mesi, e il 18 febbraio 1352 si mette in cammino con una carovana di mercanti. Dopo 25 giorni giungono a Taghaza, un villaggio privo di ogni risorsa. Tutto questo viaggio sarà disseminato di curiosità finora mai notate. Iniziano qui.

Comincia ad osservare che le case e la moschea sono costruite in salgemma e i tetti sono fatti di pelli di cammello. Nel villaggio non ci sono alberi. Esiste solo una cava di salgemma a lastre sovrapposte "quasi fossero state tagliate e depositate sottoterra".

Il villaggio, nonostante la sua desolazione, è un centro commerciale importante. Salgono su fin qui i Negri per comperare il sale che loro usano come moneta di scambio. Come contropartita danno argento e oro: "si commercia in polvere d'oro a quintali".

Gli abitanti permanenti di Taghaza sono degli schiavi dei Massufa che lavorano nella miniera. Vivono con datteri importati, con carne di cammello e miglio.

Si ferma nel villaggio dieci giorni in grave disagio data l'acqua salmastra. Fanno una buona provvista d'acqua poi si inoltrano nel deserto "in cui non si trova acqua per dieci giorni di cammino, se non raramente".

Loro invece sono fortunati. Trovano uno stagno di acqua piovana: si dissetano e lavano le vesti. In questo deserto abbondano tartufi e pidocchi: la gente per proteggersi de questi insetti deve portare al collo delle catenine di mercurio. I pascoli sono molto rari. Quando li trovano fanno pascolare i cammelli, almeno fino a quando uno della comitiva si perde: da allora stanno tutti assieme per paura di fare la stessa fine.

Giungono a Tasarahlà: raccolgono acqua dal suolo sabbioso, avendo cura di cucire attorno ai loro otri delle tele di sacco per paura che il vento non faccia svaporare l'acqua. Si fermano tre giorni. Intanto spediscono il Takshif a Iwalatan. Il Takshif è un corriere che precede la carovana fino al centro più prossimo. Avverte che:

  • giunge la carovana;
  • dunque uscire incontro con una provvista d'acqua per quattro giorni;
  • affittare degli alloggi per i componenti la carovana.

Se il Takshif perisce nel deserto, la gente di Iwalatan ignora l'arrivo della carovana, e sovente questa perisce nel deserto. Infatti il deserto è un luogo pericoloso e infido. Ci vuole una guida che abbia esperienza dei luoghi. La loro, pur essendo orba di un occhio e con l'altro ammalato, conosceva la via meglio di qualunque altro. Ibn Battuta nota come questo deserto che attraversano sia:

  • infestato da demoni;
  • percorso da vacche selvatiche;
  • ricettacolo di serpenti.

Iwalatan

Intanto sono raggiunti da coloro che sono saliti loro incontro da Iwalatan con l'acqua. La carovana riparte con rinnovato vigore, pronta ad affrontare un nuovo deserto terribilmente caldo: camminano la notte, dopo la preghiera del pomeriggio.

Finalmente dopo due mesi interi di viaggio da Sigilmansa giungono a Iwalatan, primo centro dell'impero dei Negri. Il Sultano ha qui un suo luogotenente: Farbà Husain.

Dopo aver assicurato le loro robe, i mercanti si fanno ricevere dal Farbà. Costui è seduto sotto una tettoia, ha davanti i suoi armigeri con lance e archi, mentre dietro stanno i notabili. Nonostante siano vicini e possano comprendersi, Farbà parla loro attraverso l'interprete. Ibn Battuta si sente offeso: si pente di essere venuto in questo paese. Era abituato ad essere ricevuto in modo diverso, la sua suscettibilità n e risente. Gli shocks non sono finiti.

Il sovrintendente della città invita tutti i mercanti a un pranzo ospitale; pur con renitenza va anche il nostro. E' servito un pranzo consistente in:

  • miglio pestato grosso;
  • mescolato con miele e latte;
  • in una calebasse, mezza zucca che serve da scodella (ancora in uso attualmente).

E' ancora una volta offeso dalla loro parsimonia. Vuole ritornare indietro, poi gli viene l'idea di andare a visitare la loro capitale. Si ferma a Iwalatan cinquanta giorni: l'osserva.

E' una città molto calda con pochi palmeti alla cui ombra si coltivano i meloni. L'acqua si cava da pozzi in cui si deposita quando piove. Gli abitanti si cibano con carne di montone e vestono con abiti provenienti dall'Egitto.

La gente è strana e curiosa. Continua a non capire e ad essere turbato:

  • le donne sono molte belle e tenute in più grande considerazione degli uomini;
  • gli uomini sono senza gelosia;
  • hanno una discendenza matrilineare;
  • eredi infatti non sono i propri figli, ma quelli della sorella.

E' veramente scandalizzato. Commenta: "Ciò che in tutto il mondo non ho mai visto se non presso gli infedeli del Malabar, ma qui invece si tratta di musulmani, che osservano le preghiere canoniche, imparano il diritto canonico, sanno a mente il Corano".

Le donne poi lo sorprendono in modo particolare;

  • non hanno alcuna vergogna degli uomini;
  • non si coprono col velo;
  • se si sposano non seguono poi il marito se costui parte:
  • anche se volessero la famiglia glielo impedirebbe;
  • hanno amici e compagni fra gli stranieri.

Due episodi lo sconcertano. Dopo aver bussato, un giorno entra dal cadì: lo trova con una sua amica. Turbato sta per uscire, i due gli ridono in faccia: "Perché te ne vuoi andar via? E' una mia amica". E' esterrefatto. Conclude: "lui era un giureconsulto, un pellegrino…"

Entra un'altra volta da un grande personaggio: lo trova seduto sul tappeto. Poco lontano, su di un divano con un baldacchino stava sua moglie con un altro uomo in conversazione. Chiede informazioni e si accorge che per loro è una cosa normale. Sbalordito dalla dabbenaggine di quest'uomo non ritorna mai più da lui.

Il viaggio a Mali

Assolda una guida e si mette in viaggio alla volta di Mali con solo tre compagni, essendo la via sicura. Mali dista da Iwalatan 24 giorni di marcia.

Cammin facendo nota i grandi alberi che fiancheggiano la via, capaci di ombreggiare una intera carovana. Alcuni hanno il tronco marcito, dentro si è accumulata acqua piovana e sono diventati come un pozzo: la gente attinge acqua. In altri si trovano api e miele. In un albero trova addirittura un tessitore che vi si era installato dentro con un telaio.

Sugli alberi della foresta trova frutta esotica: frutti che assomigliano a prugne, mele, pesche, albicocche, senza esserlo. Nota con curiosità una specie di cocomero che una volta maturo si spacca e dà una farina che si cuoce e si mangia. E' anche venduta sui mercati.

I contadini ricavano dalla terra semi di fave che friggono e mangiano. altre volte li macinano cuocendoli col gharti, che è una prugna dolce ma nociva ai bianchi. Il suo seme produce olio per svariati usi.

Un elemento curioso dei viaggi dei negri. Quando uno di loro si sposta è seguito dai suoi schiavi e schiave che trasportano i suoi tappeti per coricarsi e stoviglie per mangiare e bere fatte di zucca. I viaggiatori non portano con sé cibo alcuno, né monete d'oro o d'argento, ma solo sale, derrate aromatiche, monili di vetro. Ad ogni villaggio si fa uno scambio. Come contropartita di questa merce le donne offrono:

  • miglio e latte
  • polli e farina di loto
  • riso e funi.

Dopo 14 giorni giungono a Zaghari da cui si esporta il miglio a Iwalatan. Arrivano poi al Niger che I.B. confonde col Nilo. Fanno tappa a Karsakhù (Segou). Descrive un itinerario fantastico del ...Nilo, che scorre nel paese di Yufi uno "dei maggiori paesi dei Negri, con uno dei loro maggiori sultani, dove nessun bianco entra, perché prima di entrare lo ammazzerebbero".

Mali e il suo sovrano

Dopo una visita al cimitero si reca al quartiere dei bianchi, dove gli avevano affittato una casa. Gli offrono una candela e del cibo. Con piacere nota come i notabili lo accolgano con onore:

  • il cadì gli offre una vacca;
  • l'interprete Dugha un bue;
  • il giureconsulto Rahmàn due sacchi di funi e una zucca di gharti.

E' da poco arrivato che gli capita una disavventura culinaria: mangiando un minestrone si ammalano tutti, lui e I suoi cinque compagni: uno nella notte muore. I.B. prende una forte purga di erbe vegetali: vomita e si salva.

Non capisce i suoi ospiti

Secondo I.B. il sultano è un re avaro "da cui non c'è da aspettarsi nessun cospicuo dono". Assiste a un rito funebre in onore del sultano defunto. Sono invitati gli emiri, i giureconsulti, il cadì, il predicatore e lui stesso. Si legge tutto il Corano che è portato in cassette. Poi si presenta al re.

Dopo l'udienza il sultano gli invia il dono ospitale. Ecco come racconta l'episodio:

"Quando me ne andai da quell'udienza, mi fu mandato il dono ospitale, che fu mandato alla casa del cadì e il cadì lo trasmise coi suoi uomini alla casa di Ibn al-Faqìh. Or questi uscì da casa in tutta fretta e scalzo, entrò da me, e disse: - Levati su, sono arrivate le stoffe e i doni del Sultano -. Io mi levai, credendomi si trattasse di vesti d'onore e di denari, ed erano invece tre pagnotte e un pezzo di carne di vacca fritto col gharti, più una zucca con latte cagliato. A quella vista mi misi a ridere, e rimasi a lungo stupito della loro insipienza, e del gran conto che facevano di una simile bagattella".

L’udienza de Sultano

Pur essendo stato più volte in udienza dal sultano per due mesi non riceve più nulla. Lo nota con disappunto. Era abituato a essere riverito, onorato, colmato di doni: qui invece nulla. Era veramente troppo! Se ne risente con l'interprete Dugha che lo invita a parlare direttamente al sultano. La questione si chiarisce. Gli viene assegnata una casa e un assegno per gli alimenti. Riceve anche, una tantum, 33 monete d'oro e 100 altre prima di partire.

Descrive poi con ricchezza e dovizia di particolari la grande udienza del sultano. E' un brano famoso:

"Il sultano ha un'alta sala a cupola, cui si accede dall'interno del suo palazzo, e dove più spesso dà udienza. Essa ha tre finestre di legno che danno sulla grande corte d'udienza, guarnite di lamine d'argento, e sotto altre tre guarnite di lamine d'oro o d'argento dorato, munite di cortinaggi di panno. Quando è il giorno che egli dà udienza nella cupola, si alzano questi cortinaggi, e si sa così che egli dà udienza; e allorché egli si è insediato, si espone a una delle finestre un cordone di seta, cui è legato un fazzoletto ricamato d'Egitto; e quando la gente vede quel fazzoletto si fanno rullare i tamburi e si dà fiato alle trombe. Escono allora dalla porta del palazzo trecento schiavi, alcuni armati d'arco e altri di lanciotti e di scudi: i lancieri si dispongono a destra e a sinistra, e così anche gli arcieri. Si adducono due destrieri sellati e imbrigliati, e insieme due caproni, che "dicono servano contro il malocchio.

seduto che sia il sovrano, escono in tutta fretta tre schiavi e chiamano il suo luogotenente Qangia Musa; vengono i farari, cioè gli emiri, viene il predicatore con i giureconsulti, e siedono davanti agli armigeri a destra e a sinistra nella gran corte d'udienza. L'interprete Dugha sta ritto alla porta della gran corte, abbigliato di splendide vesti di seta fina, con in capo un turbante a frange che quella gente sa mirabilmente acconciare sulla testa, a tracolla una spada col fodero d'oro, ai piedi scarpe e sproni che egli solo calza in quel giorno, ed in mano due lanciotti, uno d'oro e l'altro d'argento, con le punte di ferro. Le milizie, i governatori, i paggi e i Massufa siedono fuori della corte, in un'ampia strada alberata. Ogni farari ha con sé i suoi compagni armati di lance e d'archi, trombe e tamburi. Le loro trombe sono corni di dente d'elefante, mentre gli strumenti musicali sono fatti di canne e zucche, che percosse con plettri rendono un bellissimo suono. Ogni farari ha sospeso tra le spalle un turcasso, impugna l'arco e monta a cavallo, mentre il suo seguito è composto di fanti e cavalieri. All'interno della gran corte, sotto le finestre sta ritto un dignitario; e chiunque vuol parlare col sultano parla prima a Dugha, e Dugha a costui, e questi trasmette le parola al sultano. Alcuni giorni egli dà anche udienze nella gran corte, dove c'è sotto un albero un palco con tre gradini, detto banbi, tappezzato di seta e fornito di cuscini. Vi si innalza su il parasole regale, che è una specie di cupola di seta sormontata da un uccello d'oro della grandezza di un falco. Il sultano esce da una porta all'angolo del palazzo, con l'arco in pugno, il turcasso alle spalle, e in capo una calotta d'oro fissata da una benda parimenti dorata, a punte sottili come coltelli, lunghe più di un palmo. Il suo abbigliamento consiste per lo più in una veste rossa a pelo, di quelle occidentali dette mutafans. Lo precedono i cantori con in mano chitarre d'oro e d'argento, e lo seguono circa trecento schiavi armati. Egli procede lentamente e assai indugiando e talvolta fermandosi, e giunto al bandi si ferma a guardare la gente; poi sale adagio come il predicatore sale il pulpito. Una volta seduto rullano i tamburi, squillano le trombe e i pifferi, ed escono in fretta i tre servi a chiamare il luogotenente e i farari; questi entrano e seggono, si fanno venire i due cavalli e i due caproni, Dugha si mette alla porta, e il resto della gente sta sulla via sotto gli alberi".

Gesti incomprensibili

Con malcelato disprezzo osserva come i Negri siano la gente più umile del mondo davanti al loro sovrano e più a lui sottomessa. Quando il suddito si avvicina al sovrano lo fa con i segni di una grandissima umiltà:

  • vesti logore;
  • calotta sudicia in capo;
  • avanza sollevando le vesti fino al ginocchio;
  • rimane prostrato a terra ad ascoltare le parole del re;
  • quando il re gli parla, si scopre il dorso buttandogli polvere sopra.

Descrive anche la grande festa della rottura del digiuno cui partecipa anche il re. Si radunano tutti, vestiti di bianco, in una grande spianata dove giunge il sovrano con le sue insegne regali. Nelle grandi feste il sovrano è sempre accompagnato dall'interprete Dugha che tesse le sue lodi suonando il balafon. Il re è accompagnato dai suoi quattro emiri. Quando Dugha ha terminato il suo panegirico, si avvicinano i poeti mascherati che gli recitano le gesta dei suoi antenati.

Valutazioni

Fermandosi parecchio tempo a Mali ha occasione di notare una ambasceria di negri antropofagi che vengono col loro emiro a rendere omaggio a Mansa Sulaimàn. Sono vestiti con grandi drappi di seta e hanno alle orecchie dei grandi anelli. Il sovrano per fare loro onore offre in banchetto una schiava che sgozzano e mangiano imbrattandosi il volto e le mani del suo sangue. Nota come la parte più prelibata del corpo femminile siano i seni e le mani.

In conclusione del suo soggiorno a Mali, fa alcune osservazioni di carattere generale, indicando le caratteristiche lodevoli e riprovevoli degli abitanti.

Caratteristiche lodevoli:

  • poca ingiustizia che si trova fra di loro;
  • non mettono mai le mani sulla roba dei bianchi che vengono a morire nel loro paese;
  • assiduità alle preghiere canoniche;
  • battono i figli perché le osservino;
  • indossano il venerdì belle vesti bianche per la preghiera;
  • imparano a memoria il corano: mettono il loro figli in ceppi fin quando non l'hanno imparato.

Caratteristiche riprovevoli:

  • il comparire in pubblico nude le loro ragazze giovani;
  • il comparire delle donne davanti al sovrano nude e senza velo;
  • il girare nude delle figlie del sovrano;
  • il cospargersi il capo di polvere;
  • la ridicola recitazione dei poeti;
  • il fatto che molti si nutrano di carogne.

Il viaggio di ritorno

Entra nella città di Mali il 1 ottobre 1352, e riparte il 28 febbraio 1353. Fa il viaggio di ritorno con un mercante. Ha due cammelli: uno per cavalcare e un altro per il trasporto delle provvigioni. Prendono la via di Mima.

Giungono ad un grande affluente del Niger che si può attraversare solo su imbarcazioni e di notte, date le numerosissime zanzare che infestano il fiume. Vede per la prima volta gli ippopotami. Li descrive paragonandoli ai cavalli (criniere, coda, testa) e agli elefanti (zampe). Nota con curiosità l'espediente che gli indigeni hanno per dar loro la caccia: lance bucate nei cui fori passano salde corde. Le lanciano agli animali traendone poi a terra il corpo. Sulla riva c'è una grande quantità di ossa.

Dal canale scendono a un grosso villaggio con un governatore negro che aveva fatto il pellegrinaggio alla Mecca con Mansa Musa. Questo governatore gli racconta la storia del cadì bianco che viaggiava con Mansa Musa. Il sovrano aveva dato a questo cadì 4000 mithqal per il suo sostentamento. Ma un giorno costui si lamenta che glieli hanno rubati. Il sovrano fa operare ricerche dall'emiro di Mima, ma non si trova nessun ladro. L'emiro entra in casa del cadì, mette alle stretta i suoi servi, e una schiava confessa: era il cadì stesso che l'aveva nascosto, non esisteva nessun ladro. Lo ritrova e lo riporta al Sultano che esilia "nel paese degli infedeli antropofagi il cadì per quattro anni". Conclude l'aneddoto con una notazione sarcastica: non l'hanno mangiato perché non era maturo, era bianco.

Toccano in seguito il paese di Quri Mansa dove gli muore il cammello. Esce per vedere, ma si accorge che i Negri se lo erano già mangiato. Si ferma sei giorni nel villaggio nell'attesa che due garzoni gli vadano a comprare un nuovo cammello. Gli altri lo precedono a Mima.

Da Timbuktù a Gao

Da Mima giungono a Timbuktù. Purtroppo I.B. ci parla poco di questa importante città dell'impero mandingo. Descrive due tombe e ci racconta un paio d'aneddoti, oltre all'investitura da parte del governatore di un Massufa del comando su una truppa di gente. Il Massufa:

  • viene rivestito di
  • una tunica
  • un turbante
  • un paio di calzoni
  • è fatto sedere su di uno scudo
  • i capi tribù lo innalzano sulle loro teste.

Da Timbuktù parte su un'almadia e naviga sul Niger. Ogni sera si fermano per comprare il cibo e il burro barattandolo con monili, spezie e sale.

Arrivano ad un paese di cui ha dimenticato il nome. E' governato dall'ottimo Farbà Sulaiman. Ha cura di notare che aveva fatto il suo pellegrinaggio. E' costui un uomo alto e grosso: nessuno è paragonabile a lui come forza fisica e coraggio. Nessuno riesce a tendere il suo arco.

Si fa ricevere. E' accolto con onore. L'emiro lo prende per mano e lo introduce nella sala d'udienza. Viene servita una bevanda: la stessa che gli era stata offerta a Iwalatan:

  • miglio pestato
  • miele e latte
  • il tutto diluito in acqua.

Questa volta non parla più con disprezzo di questa bevanda. Il suo soggiorno fra i Negri gli aveva insegnato ad essere meno esigente con la cucina locale. Gli si offre anche un melone verde e un pranzo di cui non specifica il contenuto. Mentre sono in attesa del pranzo gli capita un fatto che mette ben in evidenza l'indifferenza ai vincoli del sangue del suo ospite e quella del viaggiatore al fatto accaduto. Sentendo delle grida in casa l'emiro manda una sua schiava a vedere ciò che era successo: era morta una figlia dell'emiro. Per non sentire i pianti, che non gli piacevano, costui invita I.B. a uscire dalla casa e ad andare assieme fino al fiume dove aveva altre case.

Di lì vanno alla città di Kaukau (Gao) "una delle più belle e fertili città dei negri". Però si accontenta di parlare dei vari generi alimentari che ivi si trovano in abbondanza e delle persone che lo hanno ben accolto. Oltre all'impareggiabile cetriolo inani, a Gao si trova riso, latte, polli, pesci.

Tagadda, Sigilmansa, Fez

Con una carovana di Ghadamès si dirigono verso Tagadda. Strada facendo si imbattono nella tribù dei Bardama di cui descrive sommariamente la vita e le abitudini. E' colpito dalla strana forma delle loro tende, fatte da pali di legno cui pongono sopra delle stuoie, e soprattutto dalle loro donne "le più belle e formose che esistano". Gli si può credere perché se ne intendeva. Parla poi del loro cibo (latte e miglio che bevono alla sera e al mattino) e di certi usi matrimoniali.

La città di Tagadda è invece descritta più in dettaglio. Nota subito come l'acqua non sia buona: è minerale, scorrendo attraverso una miniera di rame. Come cibo a Tagadda si trova solo frumento, in compenso ci sono molti scorpioni. L'unica occupazione degli abitanti è la mercatura. E' un nodo carovaniero importante. Si esporta, soprattutto in Egitto, merci e stoffe. Gli abitanti sono agiati e benestanti, possiedono un gran numero di schiavi e schiave. Le schiave istruite le vendono raramente e ad alto prezzo. Tenta due volte di comperarne una, ma ogni volta è costretto a rescindere il contratto.

Il generale benessere degli abitanti è derivato dalla miniera di rame il cui minerale è estratto dagli schiavi. Viene fuso in casa: ne fanno delle verghe di due tipi: sottili e massicce. Un mitqhal d'oro vale 400 verghe massicce o 600/700 verghe sottili. Queste verghe sono usate come moneta di scambio: con le piccole comprano carne e legna; con le massicce schiave e schiavi, burro, miglio, grano.

Mentre è a Tagadda va a trovare il suo Sultano che si trovava a un giorno di viaggio dalla città. Fa alcune annotazioni interessanti sul suo conto. Pur essendo un berbero segue una discendenza matrilineare, è infatti "accompagnato dai figli di sua sorella, suoi eredi al regno". Occupa pure un posto importante la regina madre e la regina sorella.

Al ritorno a Tagadda trova un messo del suo signore con l'ordine di rientrare. Acquista per 37 mithqal due cammelli per il viaggio e parte diretto al Twat prendendo provviste per 70 notti.

Parte da Tagadda il 12 settembre 1353 con una grande carovana: oltre a personaggi importanti ci sono con lui 600 schiave. Passano da Kahur, paese ricco di erbe: la gente del Twat importa da questo luogo carne di montone. Da Kahur passano poi attraverso a due deserti: il primo, disabitato e senza acqua, lo attraversano in tre giorni; il secondo disabitato, ma con acqua, in quindici giorni. Ad un certo punto la pista si biforca: una va verso Ghat per l'Egitto, l'altra verso il Twat. Attraverso il vasto territorio degli Hoggar sono obbligati a versare un pedaggio. Attraverso questo deserto, povero di vegetazione, pietroso e di difficile cammino, viaggiano un mese. Nel Twat si fermano alcuni giorni a Buda, i cui indigeni si nutrono di datteri e di locuste. Dopo aver toccato Sigilmansa, percorrendo una via coperta da una quantità di neve giungono a Dar ar-Tama da cui giungono a Fez, "residenza del nostro signore il Principe dei credenti, che Iddio fortifichi".

Ibn Battuta e Antonio Malfante

Antonio Malfante nasce a Genova intorno al 1409 e muore a Maiorca nel 1450. Parte giovanissimo e trascorre la vita in continui viaggi. E’ il primo europeo che nel 1446/47 penetra nel Tuat dando notizie su bacino del Niger. Ciò risulta da una relazione manoscritta che si conserva alla biblioteca nazionale di Parigi. La relazione è indirizzata al genovese Antonio Marinoni e descrive il viaggio compiuto da Honeim (antico porto di Tlemcen in Marocco) a Tueto (Tuat), dove, come egli afferma, nessun cristiano era fino allora penetrato e dove egli trovò amichevoli accoglienze: si diffonde in ragguagli sul paese, sui suoi abitanti, sui suoi commerci, sulla parte che vi prendevano gli Ebrei assai numerosi. Dà poi notizie sul Niger e Timbuktù.

Anche se quasi tutti gli studi che trattano dell'esplorazione del Sahara in epoca medievale riconoscono al Malfante "il merito della priorità delle notizie da lui fornite sul sudan" , di fatto gli elementi etnografici che il Malfante fornisce nella sua lettera sono tutti conoscibili da altre fonti, per esempio dalla relazione del nostro. L'indiscusso interesse e valore della lettera è più per i genovesi dell'epoca che per noi oggi. A noi serve come documento indicante una penetrazione genovese nel cuore sahariano nel 1446/47.

Qualche elemento di confronto fra I due documenti.

La relazione del Malfante contiene:

  • dati sulla situazione etnica della regione da lui attraversata e popolata da popoli diversi;
  • descrizione di usi e abitudini dei Tuareg e degli Ebrei;
  • notizie sull'attività commerciale dell'oasi che è uno scalo carovaniero importante e un centro di scambio;
  • Gli articoli commerciati sono:
    • grano e orzo
    • bestiame e rame
    • lastre di salgemma
  • una descrizione del bacino del Niger.

Ora questi elementi li troviamo tutti in I.B. compresi i vari articoli di scambio. In I.B. manca solo l'accenno dell'orzo, ma in compenso elenca molti altri articoli e dà alcune indicazioni che ci aiutano a comprendere meglio il Malfante. Parla della provenienza del salgemma descrivendoci la miniera di Taghaza. Ci informa in dettaglio sulla provenienza del rame, della miniera da cui è estratto e della sua lavorazione e dell'uso che i negri ne fanno: moneta di scambio, ciò che non riesce a comprendere il Malfante.

Quanto poi al fatto che la conoscenza degli europei su tali territori era ferma alla descrizione che ne avevano dato Plinio e Tolomeo, è esatto, ma con qualche precisazione. D'altra parte non si sa fino a che punto la lettera del genovese sia stata diffusa in Europa. Se è vero che i Portoghesi erano gelosi del loro monopolio mercantile, questo è altrettanto vero per i Genovesi.

La scoperta della Costa Africana

L'Infante Enrico conosceva, almeno in modo indiretto, i territori centrali dell'ovest africano. Nel 1415 Enrico a Ceuta sente parlare in modo preciso dai mercanti arabi dei centri dell'Africa nera: Timbuktù, Djennè, impero del Mali. Sono queste notizie che lo spingono a creare a Sagres un centro navale chiamando astronomi, matematici, storici per studiare il mezzo di raggiungere la costa africana.

I dati della ricognizione della costa africana sono noti. Ecco le date più significative:

  • 1434: Gil Eanes doppia il capo Bojador;
  • 1435: Gil Eanes, A.Gonçales scendono 50 leghe sotto Bojador e scoprono l'angra dos ruivos:
  • 1436: A.Gonçales arriva fino all'angra dos cavalos, a 120 leghe sotto Bojador;
  • 1441: Nuno Tristano doppia il capo Bianco; 150 leghe...
  • 1442: Gonçalvo da Sintra e Diniz Dias scoprono le isole Arguin;
  • 1444: Gonçalvo da Sintra arriva fino al capo verde e scopre un mondo nuovo: i Negri. Diniz Dias lo doppierà un po' più tardi;
  • 1445: Alvaro Fernandez giunge al capo Naz e scoprirebbe anche la foce del Senegal;
  • 1446: da questa data le esplorazioni diventano sistematiche.

Questo significa che oltre al Malfante, proprio in quegli anni, anche altri europei stavano esplorando territori fino allora sconosciuti. Senza entrare nelle ragioni che spingono il Malfante a visitare questi territori, da un punto di vista economico la mossa del genovese è molto intelligente.

Per quanto riguarda invece l’esplorazione e conoscenza di nuovi territori. al Malfante si può riconoscere il fatto della descrizione di alcune tribù berbere, ma non fu né. il primo né l’unico ad offrire un quadro di insieme sull'Africa occidentale.