LE ORIGINI

 

Nasce l’era dello sviluppo

La seconda guerra mondiale è finita da poco. E’ un periodo ricco di speranze. Il Presidente Truman – che aveva messo la firma sotto le bombe di Hiroshima e Nagasaki - viene eletto alla fine del 1948, e nel gennaio dell’anno successivo, durante il discorso d’insediamento alla Casa Bianca, impegna il suo Paese in “un programma nuovo e audace, per rendere disponibili i benefici delle nostre conquiste scientifiche e del nostro progresso industriale, per l’avanzamento e la crescita delle aree sviluppate”. Insomma, bisogna aiutare “i popoli liberi del mondo, attraverso i loro stessi sforzi, a produrre più cibo, più materiali per l’edilizia e più macchine semplici per alleggerire il fardello dei poveri”.

L’intento che traspare da queste parole è senz’altro condivisibile, ma i modi per applicarlo lasciano alquanto a desiderare. Le popolazioni povere di tutto il mondo vengono considerate “primitive”, “sottosviluppate”. Ogni differenza rispetto al modello occidentale è inspiegabile o irrazionale, un ritardo nello sviluppo, o peggio, ostacolo da rimuovere se si vuole raggiungere il progresso.

Al Nord come al Sud del mondo, si confonde la qualità della vita con la quantità. Come scrive C.E. Ayres “la società industriale rappresenta la maniera di vivere che ha avuto il maggior successo che l’umanità abbia mai conosciuto. (…) La nostra gente mangia meglio, dorme meglio, vive in quartieri molto migliori (…) e (…) vive più a lungo di quanto l’uomo abbia mai fatto prima d’ora. Oltre ad ascoltare la radio e a guardare la televisione, leggiamo più libri, osserviamo più quadri e ascoltiamo più musica di qualsiasi generazione precedente o di qualsiasi altro popolo. Viviamo oggi, al culmine della rivoluzione tecnologica, in un’età dell’oro di illuminismo scientifico e di trionfi dell’arte. Per tutti coloro che raggiungono lo sviluppo economico è inevitabile un profondo mutamento culturale. Ma ne vale la pena”.

Questa impostazione ideologica porta i Paesi poveri a copiare i modelli occidentali, a volte in maniera grottesca: autostrade per carri trainati dai buoi, edifici avveniristici accanto a catapecchie o grandi aeroporti desolatamente vuoti.

Secondo questo modello, il benessere è l’aumento del Prodotto Interno Lordo[1], e perciò bisogna sviluppare attività economiche che facciano crescere velocemente il PIL. Lo sviluppo fa rima con grande: grandi dighe, grandi centrali elettriche, grandi industrie all’avanguardia tecnologica. Questi impianti funzionano solo grazie agli apporti esterni, dalla tecnologia, agli impianti e alla manutenzione. Soprattutto richiedono grandi capitali, ma i Paesi in via di sviluppo (PVS) non li hanno. Poco male, perché i Paesi occidentali sono pronti ad erogare crediti. Anche perché questi soldi sono destinati a tornare presto a casa, perché “vincolati”: questi “aiuti” vengono erogati solo dopo l’acquisto di prodotti del Paese finanziatore.

Per rimborsare questi prestiti è necessario dotarsi di valuta pregiata. Alle ex-colonie non resta quindi che continuare a coltivare o estrarre le materie prime agricole o minerarie, come facevano prima dell’indipendenza.

Nasce così il debito.

 

Verso l’abisso

La crescita dell’indebitamento estero è costante in tutto il Terzo Mondo: 16 miliardi di dollari nel 1960, 36 nel 1967 e 66 nel 1970. E’ un livello crescente, ma non ancora minaccioso, perché i finanziamenti sono a lungo termine e il tasso d’interesse è fisso – intorno al 5% nel 1970 -.

La situazione cambia a partire dall’inizio degli anni Settanta: i prezzi del petrolio quadruplicarono e i Paesi produttori si trovarono con una enorme disponibilità finanziaria. Stati come l’Arabia Saudita vedevano entrare nelle loro casse 12 milioni di dollari ogni giorno, che vennero utilizzati per comprare beni di lusso, o per acquistare il 10% della Fiat – come fece Gheddafi – o una parte della Mercedes.

La maggior parte  dei petroldollari venne però depositata nelle banche occidentali – si parla di 300 miliardi di dollari in due anni -. Le banche, per  non tenere fermi i petrodollari raccolti, furono disponibili a prestarli anche a tassi molto bassi. In altre parole, la grande offerta di un bene ne fa diminuire il prezzo, e per la moneta il prezzo è costituito dal tasso di interesse. Nello stesso periodo, l'aumento del greggio aveva generato in tutto il mondo un’elevata inflazione, e la combinazione di questa con bassi tassi di interesse aveva reso l’indebitamento molto vantaggioso: per un certo periodo il tasso di interesse reale risultò addirittura negativo[2].

Questo enorme flusso di denaro prese in buona parte la via del Sud, perché i Paesi occidentali erano colpiti da una forte crisi economica, nata all’indomani del primo shock petrolifero, mentre le ex-colonie vivevano un momento particolarmente florido grazie agli alti prezzi delle materie prime, e avevano un gran bisogno di capitali per migliorare le proprie strutture. Questa politica poi, soddisfaceva i Paesi occidentali, perché le ordinazioni dei PVS avrebbero dato ossigeno alle economie degli Stati del Nord.

Tra il 1978 ed il 1982, l’impegno delle banche USA nel Sud del mondo aumentò del 300%, le banche francesi impiegarono nei Paesi poveri il 170% dei capitali propri e quelle belghe il 130%.  Un aumento enorme che non preoccupò i consigli d’amministrazione delle banche, almeno fino a quando i bilanci registrarono profitti in gran quantità: nella prima metà degli anni Settanta, gli utili delle 13 banche USA più grandi si quintuplicarono, passando da 177 a 836 milioni di dollari.

Il debito estero del Terzo Mondo, a seguito di questi flussi, cambiò: si moltiplicò per sei – passando dagli 86 miliardi nel 1971 ai 570 nel 1980 –, e i prestiti bancari - accesi a tasso variabile - arrivarono a rappresentare il 55-60% del debito totale.

Cosa cambia? Ve lo spieghiamo con un esempio. Supponiamo che lo Zambia abbia all’inizio degli anni Settanta un debito verso gli altri Stati esteri di 100 $. Questi debiti sono a lungo termine (si restituiscono a rate in 20 anni), con organismi pubblici, e ad un tasso fisso del 5%. Il servizio del debito[3] è di 10 $, costituiti da 5$ come rata d’interessi, e 100:20=5 $ come rata di capitale. Con la vendita di materie prime lo Zambia ricava 20 dollari, e quindi può pagare i suoi debiti.

Nel 1979 la situazione è cambiata: il debito è passato a 600 $, metà con le caratteristiche che abbiamo visto e l’altra metà con le banche. Per la parte pubblica il servizio del debito è passato a 30 $, mentre  il denaro  prestato dagli istituti di credito è a breve termine, 5 anni, e il tasso è variabile. Ciò significa che l’ammontare della rata d’interessi cambia ad ogni scadenza, e può raddoppiare, triplicarsi… Nell’ipotesi il tasso all’inizio del 1979 è “solo” del 7%. Il servizio del debito con le banche sarà quindi  di 81 (300:5=60 per il capitale, e 21 per interessi). Lo Zambia deve pagare agli altri Stati  111 $. La vendita di materie prime non basta più per pagare i debiti. Per onorare le scadenze, ai Paesi poveri non resta che accendere nuovi finanziamenti, a qualsiasi condizione. Tra il 1979 ed il 1982, il debito totale aumenta del 58%, e quello a breve termine dell’89%. Questo aumento serve solo per ritardare il momento in cui i PVS si dichiareranno insolventi.

 

Dove sono finiti tutti questi soldi?

La strategia delle banche (ma anche di diverse organizzazioni pubbliche) è stata molto semplice: a livello centrale si decide l’ammontare massimo dei crediti da concedere ai singoli Stati, e quindi si invia un responsabile a livello locale per piazzare i prestiti. Non c’è nessun controllo sulla destinazione dei finanziamenti  - provate a chiedere lo stesso trattamento, qui in Italia, a una banca qualsiasi -. Così vennero utilizzati per spese non produttive, come lussuose capitali (Costa d’Avorio e Nigeria), aeroporti ultramoderni (Tanzania, Zaire e Somalia), o grandi autostrade regolarmente deserte. Molto più spesso però i soldi finirono direttamente nei conti esteri della nomenklatura locale. Mobutu, l’ex- dittatore dello Zaire, aveva depositi per 5 miliardi di dollari nelle banche occidentali, cioè circa la metà del debito estero del suo Paese. Secondo il Fondo monetario internazionale (questa è quindi una stima molto prudente), la fuga dei capitali alla fine degli anni Ottanta, è stata pari alla metà del debito estero dei Paesi più indebitati.

La prima spiegazione di questo atteggiamento è evidente: il denaro serviva a far schierare un Paese con uno dei due blocchi – occidentale o sovietico -. Per garantirsi l’appoggio di molte élite locali si chiudeva un occhio – se non tutti e due - sulle loro azioni. Anche se come dice Galeano “In Zaire, Mobutu ha ricevuto quanto ha chiesto, e ha rubato quanto ha ricevuto”, arrivando ad organizzare personalmente il contrabbando di pietre preziose, cobalto, uranio, caffè, avorio e altri prodotti rari, tanto da far soprannominare quel regime “cleptocrazia”. In Costa d’Avorio, il ricavato della vendita di 60.000 tonnellate di cacao veniva riservato, ogni anno, all’ex-presidente Houphouet-Boigny, mentre sua moglie incassava 30 dollari per ogni tonnellata di riso importata.

Questa cecità arrivò a sostenere personaggi tragicomici: nel 1976, Jean Bédel Bokassa si proclamò imperatore con una cerimonia costata 20 milioni di dollari, alla presenza, tra gli altri, dell’ex-presidente francese Giscard d’Estaing, anche se era stato accusato di ogni genere di atrocità, compresi atti di cannibalismo. Dal 1971 al 1979, l’Uganda venne “guidata” dalla dittatura di Amin Dada, ex campione di boxe, che si nominò re di Scozia, e si offerse come mediatore tra l’IRA e la regina d’Inghilterra.

1/5 del debito estero al 1982, secondo l’Istituto tedesco di ricerche sulla pace, è dovuto all’acquisto di armi - quale “sviluppo” possono garantire questo tipo di spese? -. Paesi come l’Etiopia, la Somalia e lo Zimbabwe, spendevano più denaro per le armi che per l’istruzione e la sanità. Soldi spesi per fare guerra ai Paesi vicini, ma anche contro la propria popolazione. In Sudafrica, malgrado l’embargo dei tempi dell’apartheid, diverse banche hanno sostenuto il regime attraverso i loro finanziamenti. Quando la maggioranza nera è arrivata al potere, si è trovata a dover restituire i prestiti che sono serviti ad opprimerla – il 90% dei 41 miliardi di dollari del debito sudafricano sono detenuti da banche statunitensi, tedesche, svizzere e del Regno Unito -.

Difficile non vedere in queste spese una responsabilità occidentale. Un evento come la guerra del Biafra (Nigeria), ha prodotto 100.000 morti tra gli eserciti in lotta, e da 500.000 a 2 milioni di persone fra la popolazione civile. A tutte le parti in lotta le compagnie petrolifere europee e americane inviarono armi e mercenari, per poter ottenere dal vincitore i diritti di sfruttamento dei pozzi petroliferi. L’unico conflitto africano senza ingerenza straniera fu quello tra Burkina Faso e Mali, che iniziarono le ostilità il 25 dicembre 1995 a causa di un problema di confine nella zona di Agacher; le operazioni belliche terminarono una settimana dopo per mancanza di benzina e munizioni da tutte e due le parti. Entrambi i Paesi si proclamarono vincitori[4] .

 

Paesi in fallimento

All’inizio degli anni Ottanta, l’affermazione di Margareth Thatcher e Ronald Reagan negli Stati Uniti e in Inghilterra, produsse delle politiche, che con l’obiettivo di combattere l'inflazione, spinsero alle stelle i tassi di interesse[5]. Questa politica determinò effetti a catena in tutti i Paesi del Nord, e tutta la struttura dei tassi interesse si innalzò, determinando notevoli difficoltà per i Paesi indebitati. I tassi d’interesse internazionali passarono da una media del 7,5% alla metà degli anni Settanta, al 20% nel 1981 e al 16% nel 1982[6].

Torniamo all’esempio precedente: nel 1979, il servizio del debito zambiano era di 111 $, due anni dopo l’esposizione verso l’estero dello Zambia arriva a 900, e il 60% è verso le banche. La parte pubblica è da restituire in 20 anni, con il solito interesse del 5%, per un  servizio del debito di 36. Il debito verso le banche è sempre da restituire in 5 anni, con un interesse che raggiunge il livello astronomico del 25%. La rata di capitale diventa quindi di 108, mentre la rata d’interessi alle banche raggiunge i 143 $, e il servizio del debito totale a 279 $. Nello stesso tempo il reddito delle esportazioni diminuisce: dal 1980 al 1991, il valore di un gruppo di 33 materie prime è sceso mediamente del 50%. Non ci sono più i soldi per pagare  anche le scadenze più vicine dei finanziamenti. 

 




[1] E’ il valore di tutti i beni e servizi prodotti da un Paese in un anno, e rappresenta la principale misura dell’attività economica. E’ pro-capite quando il valore della produzione viene diviso per il numero degli abitanti. Il PIL pro-capite è stato per lungo tempo l’unica misura del benessere, nonostante le critiche: una sua diminuzione potrebbe essere dovuta ad un aumento della popolazione per l’effetto di una maggiore durata della vita o di una minor mortalità infantile. Pure un evento disastroso come un terremoto o un’alluvione può provocare un aumento del PIL pro-capite, per la maggior produzione che caratterizza normalmente la ricostruzione delle aree colpite.

[2] Facciamo il caso di un imprenditore che si indebita per 100 lire. Supponiamo che il tasso di interesse sia del 15% e l’inflazione del 20%. Dopo un anno occorrerà restituire 115 lire (100 di capitale e 15 di interessi). Se all’inizio dell’anno l’imprenditore avrà acquistato con le 100 lire un bene rivendibile, a fine anno potrà rivenderlo a 120. Restituirà le 115 al suo creditore e gli saranno rimaste in tasca 5 lire grazie alla differenza tra inflazione e tassi di interesse nominali. Questo è il caso appunto di tasso di interesse reale negativo (tasso nominale – tasso di inflazione). Se, in alternativa, le 100 lire fossero state investite in attività produttive, avrebbero dato un rendimento di almeno 3 o 4 lire più il tasso di inflazione, che a fine anno avrebbe determinato un valore di 123 o 124, con una differenza rispetto al valore del debito ancora maggiore. Naturalmente per un Paese vale lo stesso meccanismo ed ecco perché con tassi reali negativi è conveniente indebitarsi!

[3] è la somma dei pagamenti per interessi più la rata di capitale da restituire.

[4] Le cifre relative ai due episodi sono state tratte da: Barbina G., Il piatto vuoto. Geografia del sottosviluppo, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1995.

[5] Le tesi monetariste sostengono che l’inflazione sia un male perverso per l’economia, e che la sua causa sia l’eccessiva quantità di moneta in circolazione. Riducendo la quantità di moneta si determina una riduzione della domanda di beni (pochi soldi, pochi acquisti…), che farà abbassare i prezzi. Tassi di interesse molto alti fanno sì che chi ha denaro ne investa finanziariamente una parte (perché è diventato vantaggioso farlo), e chi se lo deve fare prestare, visto il costo, ne chieda di meno. Da un lato e dall'altro si riduce così la quantità di moneta disponibile per fare acquisti. I produttori, di fronte ad una domanda più bassa, cercano di stimolarla abbassando i prezzi.  In questo modo si può, nell'intenzione dei monetaristi, ridurre l'inflazione prodotta dal petrolio. L'inflazione venne battuta molti anni dopo. L’unico effetto di queste politiche fu una grande recessione.

[6] Prassuello F., Ruolo e responsabilità del Fondo monetario internazionale nella gestione della crisi debitoria, in “Informazioni sul debito estero del Terzo Mondo”, n. 2, marzo 1989, p. 9.