| L'eldorado perduto
"Gli anziani, con la loro saggezza e le loro preghiere,
possedevano il potere così prezioso, di addormentare la bestia nel cuore
dell'uomo"...
L'immagine plastica del ruolo della Tradizione si può riassumere, per l'autrice,
in queste parole.
La primitiva innocenza, la valle dell'Eden, coincidono in questo tempo mitico nel quale
la cultura tradizionale esprime la pienezza dell'armonia tra le persone, le cose, la terra
e degli dei...
L'ordine, così caro alla mentalità ancestrale africana, è il segno
dell'alleanza cosmica.
Il "peccato originale", per cercare di tradurre l'accaduto della novella in questione,
consiste proprio nella perversione dell'originaria armonia. Apparentemente ritorna
la "normalità", la medesima che viviamo oggi..., però non si trova più
"...quel sapore unico che dava alle cose più semplici un gusto di
eternità"...
Solo rimane allora la consolazione della nostalgia per l'innocenza perduta.
Era il paese della cuccagna, un paese dove era bello vivere. La natura non era che opulenza e generosità. Gli alberi da frutta, simili a cortigiane vestite a festa, offrivano agli sguardi golosi le loro forme piene di promesse. Al calar della notte, i fiori esalavano un profumo pesante e soave che donava agli animi una deliziosa ebbrezza. All'alba, la rugiada rinfrescava l'erba verde e lussureggiante nella quale i bambini, dalle gote paffute, amavano rotolarsi ridendo serenamente e gaiamente. I più piccoli, rannicchiati contro i seni pesanti delle loro madri, dormivano dolcemente.
I granai e i ventri sempre pieni, la foresta abbondante di selvaggina, la natura generosa, la vita qui, come un rettile pasciuto, scorreva senza fretta, tranquilla e pigra. Si! Era proprio il paese delle cuccagna, un paese benedetto dagli dei! Le stagioni con rito immutabile si succedevano all'infinito. Sapevamo che dopo i grandi caldi sarebbe arrivata la stagione delle piogge.
Era la mia preferita. Passavo ore ad osservare la pioggia. Spettacolo edificante che per me proveniva da Dio. Con profondo rispetto, guardavo le grosse gocce che sprofondavano nel terreno dissecato, si insinuavano nelle screpolature causate dai lunghi mesi di canicola. Consideravo la terra come un essere umano. La vedevo riempirsi dell'acqua del cielo, berla con avidità. Assistevo ad una fantastica festa, la natura intera si nutriva, si riempiva d'acqua, si saziava di vita.
E dopo le piogge, quando la terra, svezzata, saziata, si fosse degnata di colmarci dei suoi benefici, e gli abbondanti raccolti avessero riempito i granai e i nostri ventri, gli anziani, il clan dei saggi, avrebbero reso grazie agli Dei.
Quel giorno, più precisamente quella notte di luna piena, tutto il villaggio si ritrovava alla radura sacra, luogo in cui convergevano tutte le forze cosmiche. Gli anziani in numero di sette, vestiti di una lunga tunica bianca stretta in vita da una larga cintura di cotonina rossa, formavano un cerchio silenzioso e raccolto. Solo il loro respiro controllato e irregolare turbava il silenzio della notte. L'-OM- originale usciva dalle loro labbra appena socchiuse. Facevano così appello a tutta la loro energia mentale per meglio unirsi alle forze cosmiche.
Tutto il villaggio tratteneva il respiro. Da questa cerimonia dipendeva la fortuna dell'anno futuro. Nulla doveva turbare l'arrivo dei nostri Dei protettori. La loro presenza si manifestava con una brezza quasi impercettibile, con un leggero fruscio dell'aria e del fogliame.
A questo segnale della natura, i sette anziani sembravano rinascere alla vita. Con gesti precisi, disponevano tutto intorno alla radura una moltitudine di uova che rompevano con il loro piede sinistro, parte nobile del corpo dove si trova il cuore, perché l'uovo, simbolo di vita tornasse alla terra e la facesse fruttificare. Poi aspergevano il suolo con il latte delle nostre pecore e versavano qualche goccia di miele delle nostre api: così la purezza e la dolcezza della vita non avrebbero mai abbandonato il nostro paese.
Terminate le offerte, ripartivamo verso il villaggio, preceduti dagli anziani. Ognuno canticchiava in sordina una canzone incantatrice che accompagnava gli Dei alle loro dimore. C'erano nel villaggio due luoghi dove i comuni mortali non si avventuravano impunemente: la radura sacra e il santuario.
Il santuario si trovava al limitare del villaggio. Solo una ragazza nubile aveva il privilegio di entrarvi. Ogni tre mesi, due vecchie matrone con la pelle rugosa e la bocca sdentata verificavano con le loro dita indiscrete la purezza della ragazza. Se, malauguratamente, fosse stata profanata dal seme dell'uomo, i mali peggiori, le peggiori calamità avrebbero colpito il villaggio. La ragazza aveva il compito di irrigare tre volte alla settimana il suolo con un miscuglio aromatico a base di incenso, miele, latte e uova.
In fondo al santuario, tre grandi statue di pietra vegliavano il villaggio. Metà uomini, metà bestie, rappresentavano rispettivamente il Dio dell'acqua, quello del cielo e quello della foresta.
Per gli avvenimenti importanti, come la partenza degli uomini per la caccia, gli anziani indirizzavano agli Dei interessati le preghiere e le offerte appropriate. I cacciatori formavano la casta più rispettata della nostra società, poiché grazie alla loro bravura, la loro pazienza, il loro sapere, l'intero villaggio beatamente si saziava, anche durante i periodi più aridi. I cacciatori erano oggetto di attenzioni particolari. Gli anziani imploravano per loro la protezione degli Dei. I nostri Dei protettori, clementi e pacifici si dilettavano della dolcezza e della bellezza della natura: miele, uova, latte, incenso, piante odorose e inebrianti erano sufficienti ad allietarli. Dalla notte dei tempi, i riti barbari ed oscuri erano stati banditi dalle nostre contrade. Ma a volte degli eco lugubri laceravano il velo immacolato del nostro universo. Aspirazioni crudeli, pulsioni innominabili offuscavano l'animo degli uomini, dividevano i villaggi e le famiglie. Gli anziani con la loro saggezza e le loro preghiere possedevano il potere, così prezioso, di addormentare la bestia nel cuore dell'uomo.
Ero giovane, ero puro e come gli anziani, credevo nella bontà umana, ma il nostro errore era grande! Prima dei grandi sconvolgimenti, abbiamo vissuto un periodo particolarmente fortunato; una rara felicità ci avvolgeva, una serenità inabituale abitava le nostre anime, gustavamo ogni istante dell'esistenza con rispetto, con passione, come se nel più profondo del nostro essere, sapessimo che stavamo vivendo i nostri ultimi momenti di pienezza.
L'angoscia nacque poco a poco nei nostri cuori. Con passi felpati si impossessò di noi. Tutto ebbe inizio con una confusione della natura e della stagioni.
Stava terminando la stagione secca ma le piogge tardavano ad arrivare. Un mese, poi due, poi tre. Non una sola goccia d'acqua. Nei pozzi e nelle paludi le donne attingevano solo acqua fangosa e insalubre. Era la siccità. Gli anziani chiusi nel santuario si immergevano nella preghiera e moltiplicavano le offerte: latte, miele, incenso, uova non servirono a nulla. Il Dio del cielo era sordo alle nostre preghiere. Quale errore avevamo commesso? Gli indovini interrogavano gli anziani, invano. Le risposte erano oscure.
Di fronte a questa incertezza, di fronte all'impotenza degli anziani, la paura invase l'intero villaggio. Una paura insidiosa, un'angoscia cupa che generava l'odio. All'inizio furono accusate le ragazze e le donne.
Una di loro aveva certamente calpestato il suolo del santuario o della radura durante un periodo impuro. Furono interrogate dolcemente con sollecitudine, ma di fronte ai loro dinieghi, la gente si innervosì, e furono insultate e minacciate. Un gruppo di giovani avidi di potere, il cui capo si chiamava Atsan, propose di far loro subire l'antico supplizio di Kalmut che consisteva nello strappare la lingua della vittima, accecarla e quindi legarla con una fune ad una pianta. Agonizzava così per giorni e notti, tormentata dagli uccelli rapaci, mangiata poco a poco dalle formiche e dalle mosche. La vittima urlava con tutte le sue forze, ma dalla sua bocca amputata uscivano solo gorgoglii immondi. Ma il clan degli anziani si oppose a questa funesta barbarie. Con una voce cavernosa, pronunciarono parole terribili che risuonarono nel più profondo dei nostri cuori.
- Non risvegliate i demoni, scacciate l'odio e la violenza dalle vostre esistenze. Accettiamo queste prove con fiducia. Non risvegliate i demoni, altrimenti le tenebre ci invaderanno per l'eternità. Pietà per voi, pietà per i vostri figli.
Un mormorio di timore si alzò dalla folla. La terribile profezia degli anziani l'aveva scossa. I saggi non avevano forse ragione? Non era meglio attendere? Gli Dei si erano sempre mostrati clementi sino ad ora. Allora perché inquietarsi?
Ma l'orgoglioso Atsan si drizzò davanti alla folla e gridò con arroganza.
- Queste parole sono solo menzogne. Gli anziani non osano confessare la loro impotenza a farci uscire da questo inferno. Io, Atsan, conosco la soluzione!
Tacque un istante, scrutando la folla. Assaporando già la sua vittoria, con voce terribile, gridò:
- Sangue! I nostri Dei reclamano il sangue, sgozziamo sette montoni, sette agnelli, versiamo il loro sangue a terra e offriamo la carne al Dio del cielo e in tre giorni e tre notti, il cielo ci benedirà e ritorneranno le piogge. Abbiate fiducia in me.
Quella notte, non fu una processione ispirata e raccolta che avanzò verso la radura sacra, ma una folla selvaggia, chiassosa e scatenata. Montoni e agnelli furono sventrati, decapitati e le loro carni disperse ai quattro angoli della radura. I sette saggi chiusi nel santuario imploravano il perdono degli Dei. Era troppo tardi, lo sapevano. La terra aveva assaporato il sangue, l'aveva accettato e ne reclamava sempre, sempre e ancora.
E arrivò il miracolo: dopo tre giorni e tre notti si mise a tuonare e i lampi squarciarono il cielo. Solo, seduto sulla soglia della capanna, guardavo cadere la pioggia. Ma questa volta, questo spettacolo così atteso, non riempì di gioia il mio cuore, ma una strana e dolorosa melanconia raggelava tutto il mio essere. E la terra si dilettò di questa pioggia impura; tutto il villaggio era in festa. Uomini, donne e bambini danzavano sotto la pioggia, si rotolavano nel fango. "I raccolti saranno buoni, e i granai e i ventri saranno pieni", gridavano.
Gli anziani tacevano, inseguiti dalla folla urlante e umiliati da coloro che li onoravano solo il giorno prima. Non proferivano parola avvolti nella loro dignità e solitudine.
Piovve per molti mesi. L'ordine delle cose sembrava essersi ristabilito. Si avvicinava il tempo del raccolto. Ognuno si preparava. Ma dopo tre mesi continuava a piovere, pioveva sempre; i temporali seguivano le tempeste. Che cosa si poteva fare per placare gli Dei? L'angoscia colpì ancora il villaggio. Allora ci si ricordò degli anziani e della loro saggezza. Ascoltarono impassibili le lamentele dei propri fratelli. Poi si ritirarono nel loro santuario e si concentrarono. Dopo parecchie ore, apparvero sulla soglia della porta. Scuri in volto, annunciarono con voce funebre:
- Abbiamo consultato gli Dei: Ci hanno risposto: avete profanato la terra. Prima di ritrovare la fortuna e la felicità, bisognerà purificare la terra, ridarle la sua innocenza, farle dimenticare il sapore del sangue. Le uova, il latte e il miele saranno i rimedi migliori. Ma ci vorrà molto tempo, molta pazienza e molta fiducia. Così hanno parlato gli Dei.
Per sette giorni e sette notti, gli anziani, seguiti dall'intero villaggio, si recarono alla radura sacra e fecero le offerte agli Dei. Ma la pioggia non cessava, le acque del fiume salivano, minacciava l'inondazione. Gli anziani esortavano la popolazione alla calma. Una notte, un boato inumano, urla di orrore ruppero il silenzio. Uomini, donne e bambini si svegliarono di soprassalto. Pieni di paura e di angoscia, uscirono nelle tenebre per assistere impotenti allo spettacolo spaventoso che si svolgeva sotto i loro occhi. Il fiume in piena era straripato e nella sua furia, trascinava senza discernimento, capanne, vacche e montoni i cui muggiti e belati si mescolavano funestamente ai pianti e alle grida di soccorso di uomini, donne e bambini trascinati dalle acque impetuose.
Il furore della natura, la luna piena e gibbosa rendevano ancora più drammatica questa visione d’orrore. Come in un incubo, guardavo la corrente trascinare corpi a brandelli, dilaniati, disarticolati.
Poi improvvisamente, tutto ritornò calmo, il fiume si placò, ritornò nel suo letto. Non c'era più nulla da abbattere, più nulla da portar via.
Allora il villaggio contò i suoi morti. Ognuno cercava chi un fratello, chi un padre. In qualche raro caso si alzavano grida di gioia. La gioia di ritrovare vivo un amico, un parente, ma nella maggior parte dei casi, c'erano solo dolore e lamenti. Allora, il villaggio seppellì i suoi morti, gli occhi secchi poiché il rancore gonfiava i cuori. Si gridava vendetta. "Di chi la colpa?" si urlava.
Allora Atsan, seguito da un gruppo di giovani si diresse in mezzo al villaggio e arringò la folla:
- Di chi la colpa? Non conoscete la risposta in fondo al vostro cuore? Di chi la colpa, ditemelo, poiché lo sapete bene quanto me!
E con un solo dito accusatore, tutto il villaggio, uomini, donne, bambini indicarono gli anziani. E tutto il villaggio, preceduto da Atsan, avanzò verso di essi e Atzan parlava, e Atsan urlava.
- Si, è colpa loro! Vi hanno mentito! Gli Dei non accettano più le loro offerte, il miele, il latte, le uova. Gli Dei non ne vogliono più. I nuovi Dei vogliono il sangue, la carne, sono fatti a nostra immagine. Diamo da bere alla terra! Diamo da mangiare alla terra!
E fu una carneficina. I sette anziani furono legati con una fune come degli animali e trasportati nella radura sacra. Non una sola voce si alzò per protestare contro questa infamia.
Solo, rinchiuso nelle mia capanna chiudevo gli occhi. Era inutile guardare poiché indovinavo senza alcuna fatica, le cose orribili che stavano succedendo là nelle tenebre.
E gli anziani furono sgozzati. E gli anziani furono sventrati. Le loro viscere furono gettate ai quattro angoli della radura. Uomini, donne e bambini le sotterrarono là perché la terra si saziasse della loro carne e del loro sangue.
E improvvisamente, un clamore demoniaco risuonò nella notte: Atsan e i suoi uomini, muniti di tamburi fatti di pelle di animali, il viso coperto di segni barbari e scarlatti, avanzavano ad un ritmo infernale. Alla loro vista, una frenesia sconosciuta si impadronì di tutti. Le donne, mute per volontà altrui, si misero a danzare, poi ad ancheggiare sempre più in fretta, sempre più forte, e ben presto furono contorsioni, convulsioni oscene. I loro abiti scivolavano lungo il loro corpo. Cosce, gambe e sesso si scoprivano senza vergogna davanti agli occhi rossi degli uomini. Un desiderio impuro si impossessò di loro. E fu l'unione primaria, l'unione oscura dove il gusto dell'odio, del sangue e del peccato distruggevano ogni bellezza, ogni purezza.
All'alba, si svegliarono con gli occhi torvi, la memoria annebbiata. Non pronunciarono parola. La paura e il freddo li pietrificavano.
La loro nudità li spaventava. Mio Dio, pensarono, che cosa abbiamo fatto? Atsan, per primo, riprese i sensi. Levò gli occhi al cielo:
- Guardate, le piogge sono cessate. Gli Dei hanno accettato le nostre offerte, gli Dei ci hanno esauditi.
- Si, è vero, ha ragione, ripresero tutti in coro.
Ritornarono tutti al villaggio fiduciosi nell'avvenire.
Passò il tempo. Un anno o forse due. Non ricordo più. Fu un periodo calmo. I raccolti erano buoni, meno buoni che ai tempi degli anziani, mi sembrava. La natura mi pareva meno generosa, i suoi frutti meno saporiti. I granai erano sempre pieni, i ventri anche, ma noi non ritrovavamo più quel sapore unico che dava alle cose più semplici un gusto di eternità.
Anche la radura sacra era cambiata. La vegetazione attorno si era infoltita, offuscata. I raggi del sole, anche nei periodi più caldi, non potevano penetrare quei fogliami scuri e quei rovi intrecciati. Là dove era sepolta la carne dei sette saggi, si era propagata una muffa verdastra che si impossessava poco a poco della radura. Una fauna strisciante vi aveva eletto il suo domicilio e scivolava subdolamente tra gli arbusti dissecati. Dalla terra profanata, si alzavano dei vapori fetidi come se tutti i peccati e tutti i mali della terra si fossero riversati là, in quel luogo maledetto. Passava il tempo e tutti avevano nascosto nel più profondo del loro essere, quella notte oscura, quella notte in cui l'uomo si era avvicinato alla bestia. Noi l'avevamo dimenticato. Ma gli Dei non avevano dimenticato, avevano di fronte a loro tutta l'eternità.
Un mattino. Si era appena fatto giorno. Si udì da lontano come un fremito, un fruscio d'ali. Un'enorme nube oscurò il cielo. Tutti trattenemmo il respiro.
La paura, di nuovo, ci invase. I corpi mutilati degli anziani salivano dal più profondo del nostro essere e si imponevano alla nostra memoria. Sapevamo che era giunta l'ora. Era giunto il tempo di pagare per i nostri peccati. Avevamo abbandonato i nostri Dei pacifici. Avevamo chiamato il male, era là con la sua armata di cavallette. Sapevamo, dagli anziani, che le cavallette erano l'emanazione del male. Abitate dallo spirito del demonio, portavano la morte, la fame, la siccità. Avrebbero distrutto tutto, mangiato tutto, i nostri raccolti, i nostri grani, il nostro miglio, il nostro mais. Avrebbero mangiato la carne delle nostre bestie, morso il corpo dei nostri bambini, si sarebbero appigliate ai nostri capelli, ci avrebbero accecati. Sapevamo tutto ciò. Non c'era nulla da fare contro le cavallette. Non c'era nulla da fare contro il demonio.
Solo Atsan non comprese che bisognava accettare, tacere e bere il calice sino alla feccia.
- Non abbiate paura, disse, troveremo il modo di allontanare queste inviate del diavolo. Diamo ancora da mangiare e da bere alla terra. Diamo....
- Basta, basta, gridò la folla. Ci hai ingannato. E' tutta colpa tua, si, è tutta colpa tua; sei tu che hai risvegliato i demoni. Tu devi pagare!
Di nuovo, la collera, l'odio si impossessarono di loro mentre le cavallette in una visione apocalittica si preparavano alla distruzione.
E tutto il villaggio prese Atzan.
E tutto il villaggio legò Atzan.
E tutto il villaggio sgozzò Atzan.
E tutto il villaggio sventrò Atzan
E furono sotterrate le viscere di Atzan.
Affinché la terra si saziasse della sua carne e del suo sangue.
Dopo si accorsero che le cavallette erano sparite e gridarono vittoria. Il sacrificio di Atsan era stato accettato ma non sapevano che era il loro ultimo sacrificio.
E' passato molto tempo, lunghi anni sono trascorsi. Seduto sulla soglia della mia capanna, mastico con difficoltà un pezzo di corteccia nella mia bocca sdentata.
Attendo, senza speranza, l'arrivo delle piogge. Sono anni che le attendo. Non arriveranno più. La terra si è dissecata, scricchiola dolorosamente sotto i nostri piedi bruciati. Il sole non cesserà mai di brillare e di cuocere le nostre pelli rugose. Le donne non hanno più lacrime per piangere. I bambini dai ventri gonfi si stringono ai seni asciutti delle loro madri. Sanno ora che il sangue non porta frutto.
E chiudo gli occhi e sorrido al passato, al tempo trascorso quando i bambini ridevano serenamente e avevano le gote paffute. Rivedo il tempo in cui la purezza, l'innocenza e l'amore erano la linfa stessa della terra.
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