La vita tradizionale è quella che si vive
al villaggio. Avvicinandosi a un agglomerato di capanne si può
intuire chi lo abita: se è un insieme compatto di abitazioni
appartiene a una tribù di tradizione guerriera (Angoni o Ayao),
se è tutto sparpagliato per i campi è degli Alomwe, Anyanja o
Achewa. Chi vive l'uno addosso all'altro non gode di alcuna
intimità: tutto è sotto gli occhi di tutti. Chi vive isolato è
più indipendente ma anche più in pericolo di ladri e bestie
feroci.
La capanna viene costruita, con pali,
graticcio e fango, a livello del terreno con un rialzo di una
spanna per tener lontana l'acqua. Di solito è quadrata, con il
tetto a quattro spioventi, coperto di lunghe erbe secche e con
tutto intorno una veranda che è il luogo più frequentato: serve
per riposarsi alla sua ombra, per accogliere i visitatori e far
quattro chiacchiere con loro, ecc.
Sul retro della capanna c'è un cortile
recintato all'interno del quale c'è il focolare, il bagno, il
granaio, nel quale le pannocchie di granoturco vengono conservate
ancora rivestite delle ultime foglie. L'interno della capanna è
suddiviso in scomparti dove si distribuiscono, per la notte, i
vari componenti della famiglia. Quando fa caldo si stende una
stuoia nel cortile e si dorme sotto le stelle.
La famiglia
Il nucleo di base della società è la
famiglia. Per noi europei "famiglia" significa
un'entità indipendente composta dai due genitori e dai figli.
Per gli africani vuol dire invece un insieme di parenti. Questa
famiglia estesa qui si chiama mbumba. Marito e
moglie, pur stando insieme e avendo dei figli, continuano ad
appartenere a due gruppi familiari differenti a cui si sentono
legati da diritti e doveri ben più importanti di quelli
acquisiti sposandosi: non esistono come cellula indipendente.
Anche se vivono lontani dal villaggio d'origine, in città o in
una piantagione, cooperano in qualsiasi occasione per la
prosperità del proprio gruppo. Il "bene" stesso più
importante che producono, i figli, non appartengono a loro ma ai
rispettivi gruppi familiari a seconda del sistema che seguono. Se
è matrilineare sono proprietà del gruppo materno e il padre
biologico non ha niente da dire su di loro, se è patrilineare
appartengono al gruppo paterno e la moglie ha soprattutto la
funzione di genitrice.
Lo
zio materno
Nel sistema matrilineare, che è comune ad
Achewa, Anyanja, Ayao ed Alomwe, la successione del potere e
dell'autorità segue la linea della donna che è la sicura
matrice della mbumba; ma non è che con questo sia
lei la detentrice del potere: questo è sempre in mano maschile.
Per esempio, quando il capo villaggio muore gli succederà non
suo figlio, ma il figlio della sorella più anziana del capo
stesso; così il capo della mbumba è il fratello più
vecchio, lo zio materno anche se lui è "in prestito" e
dimora presso la famiglia di sua moglie. Egli avrà più a cuore
i suoi nipoti, i figli delle sue sorelle, più che i suoi stessi
figli, sui quali non ha alcun potere. Se vorrà iniziare una
qualche impresa commerciale, anche solo comperare una capra, lo
farà presso la sua mbumba, non certo nell'attuale dimora.
Da questa, infatti, egli può essere mandato via in qualsiasi
momento e sicuramente alla morte della moglie: allora dovrà
andarsene con la sola stuoia su cui ha dormito. In questo sistema
perciò è il maschio, quando si sposa, a lasciare fisicamente il
suo gruppo familiare e a entrare in quello della donna. La sua
posizione rimane precaria: è continuamente sotto l'occhio vigile
della suocera e del suo primo figlio maschio che, come lui è
sposato altrove. Basta uno sgarbo alla moglie per essere rinviato
al suo gruppo che lo accoglie con freddezza perché è proprio su
questo scambio di maschi che i vari gruppi prosperano.
Il
prezzo della sposa
Nel sistema patrilineare, che è comune ad
Angoni, Atumbuka ed Asena, l'autorità passa da padre a figlio, e
la donna, quando si sposa lascia il suo gruppo familiare per
entrare in quello del marito. Essendo un bene prezioso - nella
società africana la donna è importante come genitrice e come
lavoratrice instancabile - il gruppo familiare che la riceve deve
ricompensare il gruppo che se ne priva con un ammontare di capi
di bestiame o con denaro pattuito in precedenza. Il matrimonio è
valido solo quando è stato consegnato tutto il "prezzo
della sposa" che, naturalmente, lei non si porta con sé
come dote ma rimane ai suoi parenti, nella fattispecie al suo
fratello più anziano. Nella sua nuova casa lei di conseguenza si
sente come una schiava "comperata". Se, per caso,
decidesse di sua spontanea volontà di rompere il contratto
matrimoniale e ritornarsene da dove è partita, dovrebbe
andarsene senza portare con sé i figli, che sono di proprietà
del gruppo familiare del marito. I suoi parenti dovrebbero poi
restituire quanto hanno ricevuto. Siccome questo è spesso
impossibile perché i beni sono stati usati e consumati, essi la
costringono a stare dov'è con buona pace della sua libertà e
dei suoi diritti.
I
rapporti fra marito e moglie
In ambedue i casi non ci sono segni
esteriori di intimità tra marito e moglie, eccetto quando si
incontrano alla sera per dormire insieme; in genere è al mattino
presto, ai primi chiarori dell'alba, che chiacchierano
liberamente tra loro due prima di alzarsi.
Quando camminano per la strada lei deve
stare davanti portando l'ultimo nato sulla schiena e il fardello
sulla testa, lui dietro senza nulla. Se proprio volesse aiutarla,
arrivato nei pressi del villaggio, le restituisce il tutto per
non ...perdere la faccia. Anche nei pasti, di solito lui mangia
per primo, da solo o insieme ai figli maschi, lei dopo e insieme
alle figlie. Quando si rivolge al marito, come a qualsiasi altro
maschio in vista, la donna si deve inginocchiare e assumere una
posizione di sottomissione.
Quando ci sono difficoltà di intesa tra
marito e moglie, al posto di cercare di risolverle tra loro due,
ognuno le va a riferire al proprio "testimone" di nozze
e quindi al proprio gruppo familiare. Questi intervengono, e se
falliscono, il caso viene portato al capo villaggio. Comunque
tutto e sempre viene messo in pubblico. Il villaggio intero
prende parte alla controversia, se non altro come spettatore. Non
c'è alcuna riservatezza per l'individuo singolo: ciò che
prevale è l'interesse del gruppo familiare.